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Esistono vari modi di porsi di fronte alla realtà: esaltarla, negarla, descriverla, rappresentarla, fuggirla, eluderla, deriderla, violarla…

Erminia Passannanti “con massima indulgenza” stabilisce di avventurarsi nei vicoli ciechi dell’esistenza “tra menzogna e follia”, memore della lezione di Bertolt Brecht, del quale cita alcuni versi da Me-ti. Il libro delle svolte.

Il discorso dell’autrice ruota intorno ad una serie di antitetiche immagini osservate con una ben definita pietas, e che riflettono uno status di impotenza e/o di sottomissione (“prigionia”, si afferma espressamente in “Nell’intimo”), mentre il “realismo pratico” e subdolo delle cose si trascina tra “un fare mai fatto” e “un dire mai detto”.

Così costretta fra “plagio e mimesi”, Erminia Passannanti ritiene opportuno “vagliare | il furore stilistico | del (suo) particolare | patrimonio linguistico | nell’oggi d’un domani | senza speranza forse.”

Il gioco delle opposizioni fa sì che la “parola sconsolata” divenga “bieco specchio della parola | reintegrata”. A ben vedere, è una poesia tutta costruita intorno al valore e al significato della “lingua-scrigno”, un “idioma d’anomalie incantate” che la poetessa auspica sia “ognora esaltato”.

Questo deliberato difendersi “verbalmente” non è un puro e passivo ripiegare, una resa senza condizioni. Il “fiore letterario” è in realtà uno “scudiscio”, un “ago”: è la stessa realtà.

Percepita come visione, allucinazione o delirio, la realtà della poesia percorre la vita nella sua interezza: “nera come il pensiero del cane | che attraversa l’autostrada | la coda tra le gambe | dinanzi al flusso | ora chiaro ora confuso | delle macchine in corsa || poesia di un attimo | che coglierà ogni eventualità | cibo avventura morte | il gard-rail opposto | visto al di là.”

La poesia, dunque, è intesa come presenza, non tanto (non solo) come assenza. È l’amore, la parola innamorata, a far compiere questo piccolo grande salto: sapere di poter cantare e vagare, nonostante gli inesprimibili traumi, in una pallida e desolata “città straniata”. Tratteggiato nella sua cruda, drammatica materialità – fatta di impellenti bisogni e di autoironiche precognizioni – il verbo poetico si trascina tra spasmodiche lotte per la sopravvivenza, mentre la morte si libra leggera come un avvoltoio, diafana e sfuggente nel suo fascinoso “velo argenteo”.

“Su questa nuda terra”, seppur crudelmente, rovinosamente, la poesia vivrà nel sangue degli uomini finché esisterà l’uomo, in “questo mondo | caotico e assurdo”.

In appendice al volume, traduzioni da B. Brecht, R. S. Thomas, S. Esenin, S. Heaney, P. Muldoon, T. Hughes, S. Plath.

Lo stile di Erminia Passannanti è aspro, intimamente combattuto, ma anche vigoroso, penetrante, impressionante.

Recensione
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