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“Il dono di modellare le parole” – scrive Pasquale Francischetti nella Prefazione – impone a Pietro Nigro l’obbligo di affrontare la realtà “conservando i legami con la propria storia vissuta”. Ciò ingenera una situazione di conflittualità con tutto ciò che riconduce al rapporto con l’apparente normalità, con le “promesse non mantenute” delle “impotenze umane”.

Puntando su un tipo di “dialogo introspettivo”, questa poesia tende a rivalutare e riscoprire il valore effettivo del verbo, mediante un evidente proposito di denuncia e di accusa, come nei versi che seguono, tratti da “Cecità”: “Immagini, parole, | spire che avviluppano | e fanno schiava la mente.”

A tale spirito di dichiarata condanna si contrappone un’esigenza di contemplazione (così si intitola una poesia della raccolta) della “frammentata realtà”, che proprio perché ridotta in segmenti, in frantumi, richiede uno sforzo, una capacità di ricongiungimento con la primordiale semplicità delle origini: “Verità è respiro di materia”, si legge in una composizione, e ancora: “mistica dolcezza di una materia che non si estingue”.

Occorre che la mente, appesantita ed esausta, si affranchi dal “sapere dei secoli”, riscopra il mistero di “respirare silenzi” laddove “le parole non hanno un senso”. Ridotte quasi a dei file da “ricercatori di mete ignorate”, si comprende perché “sulla collina di Montmartre” si incontrino anime accorate, intente ad ascoltare “una chitarra di notte | ripetere canzoni di un eterno rimpianto”.

Avvertiamo gli echi di un sensismo appena accennato, dottrina che proprio in terra d’Oltralpe ebbe la sua consacrazione. Il contrasto, o confronto, tra quella che felicemente Pietro Nigro definisce “mano mentale” con la realtà esteriore innesca uno spleen sottile, una sensazione di dolorosa mestizia, per quanto il ricordo del “ciel de Paris” costituisca, in definitiva, il “souvenir du refuge ultime”.

Recensione
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