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Adorno nella prolusione pronunciata all’Università di Francoforte il 7 maggio 1933 disse a proposito della filosofia che essa “deve imparare ad abbandonare i grandi problemi, la cui grandezza voleva avvalorare per l’addietro la totalità. Se l’interpretazione riesce solamente solo facendo uso dell’infinitamente piccolo, allora essa non ha più parte ai grandi problemi, nel senso ‘tradizionale’… La costruzione di piccoli elementi privi di intenzione va annoverata tra i presupposti fondanti dell’interpretazione filosofica. Queste affermazioni, in certo senso, valgono anche per la poesia contemporanea e da questo punto di vista Pasquale Martiniello è da considerarsi a buon diritto autore del nostro tempo. La sua modernità infatti consiste proprio nella prevalenza che assume nelle sue liriche la rappresentazione del reale nella sua cronachistica successione di piccoli eventi della quotidianità. La raccolta di liriche che va sotto il titolo La Zanzara offre la più recente interpretazione che l’autore in modo sofferto ci dà di un mondo, che, secondo il suo punto di vista, si smarrisce nei dettagli di un’esistenza, dominata solo da egoismi e ridotta ad una sensazionalità puramente ferina, chiusa negli ambiti ristretti di individualismi spietati e disumani. In mancanza di principi generali prevale un soggettivismo arido e deteriore. “Tutti siamo | irrazionali nessuno accetta se stesso | roso dall’invidia di scavalcare i rivali”, dice il poeta. Egli è consapevole del dramma dell’ uomo moderno, che non è più in grado di inserire la sua esistenza in una totalità significativa. Il relativo ha spiantato l’universale. Se Adorno, nella delineazione del ruolo della filosofia moderna, si ferma a constatare senza turbamenti e perplessità la sua incapacità di uscire dal particolare, il poeta invece ne soffre, perché si sente defraudato di alcuni beni stabili, che costituivano una garanzia spirituale in altre epoche del passato, meno ricche di benessere materiale, ma più dotate di speranze, di ideali, di saldi principi morali.

Se da una parte Martiniello descrive con analisi impietose la nostra società, dall’altra parte, diversamente da un filosofo come Adorno che si limita a costatare, il poeta in questo caso come uomo che soffre giudica il tempo in cui vive, sentendosi tradito nelle sue aspettative e disconosciuto nella sua dignità di persona. Indubbiamente la poesia di Martiniello risente l’eco della cronaca quotidiana, attraverso un susseguirsi di eventi che per la loro casualità non escono dai confini dell’effimero e della precarietà: “Bande islamiche bruchi di formicai | si radicano in Europa”, “Sono Alì Abbas di anni dodici | sfregiato e bruciacchiato da un missile | di Bush ..”, “È allegro solo il piromane che | boschi pone a ferro e fuoco”, “Piovono condoni | su condoni. | Gli scaltri che | evadono le tasse se la ridono | a spese del reddito fisso”. Questi sono versi che si ispirano alla cronaca giornalistica, che però vanno oltre le fredde relazioni della carta stampata e finiscono per scontrarsi con la mente lucida del poeta che non si ferma alle apparenze, ma va oltre il velo esteriore e vede il negativo, dove altri invece vedono il positivo.

Questo scontro tra un mondo fatto di apparenze inconsistenti e un’antica solida saggezza, di cui il Nostro si sente depositario, crea un’atmosfera poetica, non certo consolatoria, perché fatta di cupe malinconie, di speranze tradite, di sogni calpestati in cui si macerano i fatti della bruta realtà quotidiana e perdono ogni parvenza del destino illusoria di felicità e la cronaca diventa così una brutale testimonianza del destino dell’uomo moderno. Travolto dagli inganni di una civiltà, basata sulla menzogna, sulla falsità, sull’ingiustizia camuffata da giustizia. In questo contrasto tra la società contemporanea, che ha smarrito la consapevolezza del proprio essere e la coscienza lacerata del poeta matura comunque un giudizio che nella sua assolutezza è del tutto negativo. Si verifica in tal caso l’unica possibilità cha Adorno riconosce alla filosofia di giungere ad un approdo totalizzante, quella che “…tira giù in un concreto reperto la domanda totale, che esso prima sembrava rappresentare”. Martiniello nel suo caso opera così: rappresenta nei dettagli gli eventi umani come si succedono nei vari settori della vita, ma, se se ne offre l’occasione, cerca di vedere oltre la precarietà un richiamo a qualcosa di più duraturo. Altre volte l’effimero è un pretesto, per ritrovare nella memoria quello che non trova nel reale. Non mancano situazioni disperanti che rendono vacillanti anche le certezze del passato. Pertanto ci sono momenti in cui Martiniello, non retto più da alcuna speranza, dice: “Tutto il chiuso ha visto il cielo | Dio signore ha chiuso gli occhi”. Altre volte però il poeta avverte la presenza di un Dio di giustizia, con cui prima o poi bisogna fare i conti “Le porte del Signore non hanno | chiavi per cantori politici e mercanti | di droghe..”. Aiuta a vivere però solo la fede che “è un limpido | abbandono a quel vago percepire | interiore in cui è l’altarino del mistero | con i semi puri della vita”.

La Zanzara comunque è un altalenante percorso tra mondo oggettivo, in cui gli eventi umani, sganciati da ogni legge universale, non riescono a tradursi in storia, in una narrazione totalizzante di popoli e di nazioni, e la infinita solitudine del singolo uomo, che ha perso ogni qualità nelle vicende irrazionali e arbitrarie della vita. Da questo dramma però non scaturisce una catarsi, perché sono venuti meno i simboli qualificanti di un’esistenza condivisa tra più uomini in nome di ideali che non esistono più se non come ricordo. Da questa situazione disperante deriva perciò un discorso poetico spesso polemico, sprezzante o moralisticamente aggressivo, in una successione di immagini stridenti e volutamente contorte. In questa situazione le parole non nascono da una calma predisposizione del poeta di fronte a quello che vede, ma dallo sdegno dell’uomo di fronte allo scempio della vita fatto dagli individui piccoli e grandi che popolano lo scenario della storia attuale, e si traducono, sul piano poetico, in immagini grandiose, tormentate a bella posta per creare visioni apocalittiche, fatte di chiaroscuri e di contrasti lessicali, con l’intento di trasformare le frasi in scudisciate, nel tentativo di risvegliare le coscienze offuscate delle persone.

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