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D'Annunzio

Dentro il Decadentismo sta in bilico un’altra voce singolare del nostro panorama culturale letterario: D’Annunzio. Figura emblematica di scrittore illuminato da una cultura di transito tra il vecchio e il nuovo, il quale non riesce pienamente ad uscire fuori dagli stereotipi di una pagina storica che lo vede in prima fila affrontare le grandi trasformazioni a cavallo del secolo.

In lui l’incapacità di intendere la storia come illuminata da fattori di religiosità e di autentici valori di fede fa perdere di vista la realtà che, in tal modo, si presenta come l’esaltazione orgogliosa e proterva di un io che culla il soggettivismo individualistico e lo traghetta nel dissidio reale della storia. Di contro, la storia ne esce come un episodio di esaltazione naturalistico-culturale ricettivo ad accogliere lo strutturalismo di una volontà che è la parte finale di una costruzione intellettuale avanzata, la punta d’iceberg di un prepotente individualismo idealizzato fino alle sue estreme conseguenze da un intelletto che si dibatte nelle sacche prioristiche del fenomeno materico più esaltato dell’uomo-dio (protervo e conflittuale episodio dell’agnosticismo religioso e dell’evoluzionismo darwiniano).

Le prove della teoria evolutiva vanno poi ricercate nella possibilità di influire sul controllo di laboratori interpretato dalle indagini scientifiche del processo evolutivo della specie.

Da parte di D’Annunzio vi è l’adesione ad uno strumentalismo intellettuale che trascina dalla sua il simbolismo alla francese di Mallarmé, Rimbaud, Huysmans, e russi (Gorkji, Dostoevskji), dentro le istanze concettuali filosofiche di Schopenauer e Nietzsche, che lo portano all’interpretazione culturale di un decadentismo che si rivela di trascinamento storico-politico-culturale del tempo.

In ogni modo, D’Annunzio è una delle massime figure della pagina letteraria italiana, un trascinatore fascinoso ed esaltato, un poeta sensuale in Canto novo, un novelliere che interpreta i canoni del verismo (Terra vergine, San Pantaleone, raccolti poi col titolo di Novelle della Pescara) in cui decisamente si allinea al decadentismo di Huysmans e di Wilde (vedi il Ritratto di Dorian Gray) come si mostra nei suoi romanzi Il piacere, L’innocente pervasi entrambi da una morbosa sensualità; Il trionfo della morte e Le vergini delle rocce, una reinterpretazione poetica grossolanamente comparativa del superuomo nietzschiano.

Tutte opere che gravitano intorno al concetto della volontà di potenza di questo modello interpretativo. Un acceso nazionalismo sta invece alla base delle Odi navali, in cui si avverte il crescente interesse per la vita politica attiva del momento. Deputato in Parlamento, D’Annunzio si schiera con la maggioranza parlamentare per poi unirsi all’estrema sinistra nell’ostruzionismo contro Pelloux. La relazione con l’attrice Eleonora Duse gli apre un periodo di attività artistica fra le più sfolgoranti, soprattutto in teatro: La città morta, Gioconda, Francesca da Rimini, La figlia di Jorio, La fiaccola sotto il moggio, Fedra, Più che l’amore.

Si dà al lusso più sfrenato e alla condotta più sensual-libertaria, dissipando i proventi delle sue opere, oltre che il patrimonio di famiglia che era fra le più agiate. In breve è costretto a lasciare la residenza lussuosa de “La Capponcina” per sottrarsi al tormento e alla furia dei creditori, prima sede Marina di Pisa, poi Parigi e Arcachon, dove compone altre opere teatrali tra cui: Il martirio di San Sebastiano musicato dallo stesso Debussy.

L’aspetto strutturale e direi quasi primario del suo carattere è quello di aver considerato la parola rivelatrice essa stessa di storia e di lussuriosa interpretazione dei sensi: una parola goduta, prima di ogni altra cosa, dalla libido furiosa della passione e dei sensi, nella loro più vera accezione di verismo e solo in un secondo tempo demandata al tono goliardico-patriottico propulsore di idee per gli stimoli intellettuali che la dominano.

In tal modo, D’Annunzio è recettivo ad accogliere le più ardite spericolatezze del linguaggio e delle esperienze culturali europee. D’Annunzio passa attraverso varie correnti di pensiero: dal naturalismo alla Zola, ai veristi, parnassiani, simbolisti ecc. Sembrò di tutti avvertire il soffio. Perciò, appare come l’ultimo anello di congiunzione di una catena di sopravvissuti che devono traghettare dal crepuscolarismo al revisionismo logico della nuova cultura, la vittoria mutilata che ne accentua il nazionalismo con ampi e godibili spazi verso una tendenza tutta sua di libertarismo in chiave moderna.

Con D’Annunzio la letteratura sembra aprirsi a nuovi orizzonti ed a ipotesi di rinnovamento intellettuale e artistico che, tuttavia, non pervengono a modificare assetti e tradizioni, né a pervenire ad esiti strutturalmente definiti.

Il mondo dannunziano si muove su un terreno di ricerche personali e va tutto in direzione di un naturalismo panteistico con ampi squarci di decadente materialismo positivistico di fine secolo (Darwin). Come si sa egli si oppone ad un idealismo contrapponendovi il suo tipico individualismo esasperato, esaltando l’io individuale col retaggio storico di un processo nazional-patriottico, ma anche mitico, proprio di quel mito teatralmente acceso e vivido delle sue rappresentazioni. Si possono distinguere tre momenti: quello più sensuale sullo sfondo di una Roma barocca in cui canta la natura con istinto baldanzoso e selvaggio, esaltazione di sé nel primitivo rapporto di storia-ragione che riproduce il modello del verismo, ricordiamo la sua loquace penna nel descrivere il processo virtuale dell’uomo ‘novo’. Le sue prime opere ne sono l’esempio. Passò poi ad un naturalismo ispirato da sentimenti morali ed eroici, esaltando il superuomo, studiando le posizioni teoretiche nietzschiane. Quivi aveva trovato una giustificazione aderente all’esaltazione del suo individualismo: unica verità è l’istinto.

Cristianesimo e civiltà moderna sono ben lungi dal rappresentare la realtà del momento così votata al crepuscolo nel rapportarsi al conflitto da sempre esistente tra lo spirito e la materia. In un primo momento, questa posizione di pensiero lo porta a formulare modelli di vita improntati al concetto del superuomo. Poi, ripiega sulla posizione fuori da ogni convenzione sociale che lo porta ad esaltare se stesso. Terzo momento, nel quale D’Annunzio coglie più serenamente il profondo dissidio e celebra la passione con la forza rigeneratrice dei sensi: vivere con forza e con estremo piacere, (credo sia stato il suo vero ideale), assecondando gli impulsi istintuali. Alcyone è l’opera in cui torna ad essere cantore puro, dimentico degli eroi e dei doveri patriottici. L’opera è un ritorno alla natura, alle cose viste con l’occhio sensual-fantastico, vi sono visioni solari e marine, si chiude con un commiato del poeta rivolto al Pascoli che dimorava nella vicina Castelvecchio. In Alcyone si trovano alcune tra le più belle e mirabili liriche di D’Annunzio: la sera fiesolana, la pioggia nel pineto, meriggio, etc. Il poeta vi domina nel suo più vasto repertorio naturalistico a sfondo paesaggistico, rappresentativo di una ineludibile bellezza della poesia. Siamo alla celebrazione di una visione più modernamente panteistico-individuale che esalta la natura nella quale si riesce a cogliere l’esortazione agli uomini a ritornare ad una vita più semplice, nel verginale istinto e afflato del creato, una ragione naturalistica domina un tema paesistico di grande effetto.

Un panismo ripreso dai motivi ispiratori che realizzano un’atmosfera sensuale in cui D’Annunzio pienamente si riconosce: la terrestrità, le marine, le modulazioni di un canto incarnato nel mito della terra, quale intuizione di un mondo più semplice che prende il sopravvento su fattori speculativi generazionali di un’apertura al moderno tecnologico.

Il sentimento panico avverte di una sua elementare esigenza di natura che rispetti le grandi leggi del mondo, quasi un respiro-cosmico sensuale per chi era abituato a repertori più apertamente celebrativi dell’uomo-protagonista. Gli ultimi anni della sua vita li trascorre in uno sradicamento di sé e dalla realtà circostante, prigioniero ormai del proprio modello estetico, che in tono rievocativo continua a produrre in successione quasi autobiografica di recitazione: Il venturiero senza ventura, Il compagno dagli occhi senza cigli.

Completamente in ritiro dalla mondanità, nella sontuosa villa sul Garda il “Vittoriale degli italiani” si eclissa dalle fastose passioni del mondo, rifugiandosi in un agnosticismo religioso che nel selezionare i suoi sentimenti lo rende estraneo al processo dei dibattiti, trasformandolo poi nel monumento-museo di se stesso. Muore nel 1938.

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