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Badando a non rinchiudersi nel vicolo cieco rappresentato dalla mitica ricerca delle origini e dell’infanzia – un leit motiv inflazionato da tonnellate di carta stampata – Francesco De Napoli affronta il tema, universale e sempiterno, dei rapporti dell’artista e del poeta con una realtà oggettiva intesa e vissuta attraverso le immagini deformanti del dolore e della solitudine. La sofferenza diviene quindi l’autentico punto di forza, la leva mediante la quale ricostruire e reinterpretare il mistero delle leggi dell’esistenza, senza tuttavia pretendere di comprendere l’inconoscibile. Fermo sulla soglia d’una realtà sfuggente e opprimente, il Poeta sembra appagato dal constatare il suo “vuoto ibrido genealogico”.

La volontà dell’autore di materializzare, capovolgere in maniera dialettica, ma anche con ironia, talune acquisizioni di poeti famosi suoi conterranei, tra cui Scotellaro (vedi i versi di quest’ultimo: “Questo gioco di parole cessi”), indica chiaramente la matrice ideologica ed estetica di De Napoli. Leggiamo ad esempio cosa scrivono Elio Franzin e Maddalena Mazzocut-Mis nel volume Estetica: “L’approccio estetico marxista conosce una costitutiva tensione fra la tendenza a ridurre alle sue coordinate sociali ogni manifestazione artistica e l’anelito a fare dell’arte un momento utopico in grado di incidere in qualche modo sull’esperienza concreta”.

“Carte da gioco” è un poemetto profondamente impastato di nozioni e concetti legati all’esistenzialismo di Sartre e di Camus, ma anche strutturato seguendo un percorso sensibile alla fenomenologia di Husserl. Scrisse Luciano Anceschi (in Le poetiche del Novecento in Italia) che all’interno di ciascuna poetica esiste “l’universalizzarsi di un aspetto particolare storicamente determinante dell’attività artistica”, sicché nella loro ricca molteplicità è riscontrabile “un processo organico di significazione unitaria aperto all’infinito nello sforzo di intenderne sempre e in ogni caso l’impegno umano e l’umana responsabilità”.

Francesco De Napoli parte dalla scoperta della relatività della cultura per esplorare i motivi del ritardo e del degrado d’un Sud votato all’autoemarginazione e alla diversità. Ma nell’era del villaggio globale la specificità è solo apparente, se non deleteria: “Appena un po’ più a sud | c’è sempre un altro sud”, conclude il Poeta nato a Potenza.

Questo nuovo lavoro di De Napoli si legge con trasporto sempre crescente, con commossa partecipazione alle ragioni d’una sconfitta storica, quella della sinistra, che lascia irrisolti i nodi di “inestirpabili | primordiali vizi” alimentati e causati anche dalla superficialità e dalle colpe di classi intellettuali incapaci e irresponsabili.

 
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