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La donna è il leitmotiv del libro di Giordanino. Dieci racconti quasi tutti concentrati sulla sua donna. Amore come conseguenza inevitabile. Jazz come medicinale per sedarne l’ebbrezza. Amore: un vicolo cieco, una sequela di rinnovati rapporti inconclusi. Continua opera incompiuta sul piano sentimentale. Amore infinito, non per sensuale pienezza bensì in quanto irrealizzabile, tutte le volte che si ripropone.

“La pellicola in bianco e nero della mia vita” rappresenta la storia d’amore più originale. Non narrazione ma film, un cortometraggio è ciò che l’Autore ci propina.

La solita donna inconsistente perduta-ritrovata è il pretesto per narrare accattivanti vicende. Al protagonista (si legga: all’Autore) non resta altro che annaffiare le sue continue delusioni amorose col vino generoso del Monferrato. O alternativamente unirsi al pianto negro – tale è la sensazione! – della musica jazz, unica e vera consolatrice. Efficace l’accostamento jazz-Getsemani, sinonimo di sax-vangelo: un canto-lettura curativo contro la solitudine d’un uomo che col passare degli anni si sente sempre più allo sbando.

L’unica storia che non ha niente a che vedere con la donna, “Era di venerdì“, è la più folgorante. È il racconto – forse la concessione d’un uomo in conflitto colla coscienza -, una confidenza del centurione romano che, secondo le Sacre Scritture, infilzò colla lancia il costato del Cristo crocifisso.

Ricorrenti le citazioni, veri e propri brani, di Hemingway. Testo “americano”, così come lo definisce il cantautore Paolo Conte, nella nota introduttiva. Americano solo pei riferimenti non per il modus di scrivere, schematico, tutt’altro che “estenuante” come i veri romanzi d’oltreoceano. Nel linguaggio uno stilema metaforico imprime caratteri poetici al libro, dall’incipit alla fine.

 
Recensione
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