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Con Canto dell’acqua Adriano Giummo realmente s’immerge, e immerge noi pure, nella liquidità di un elemento che sembra atomizzarsi nell’evanescenza di una metafilosofia. In effetti i tre poemetti “La sorgente”, “Il fiume” e “Il mare”, che strutturano la plaquette, tutti e tre suddivisi in sei canti (modus metrico personalizzato) assolvono a funzione definitoria d’ognuno dei tre aggregati acquatici cantati. Non è una conclusione, questa, bensì l’inizio: il concetto poietico stesso. In quanto si tratta di definizioni sapientemente elaborate.

L’impareggiabile gioco, unico, di metafore che sanno rendere impersonali sinestesie, afferenti le tridimensionalità organiche proprie del volume dello spazio (altezza, lunghezza e larghezza), dell’eternità e del tempo (per ambedue le entità temporali valgono i dati: passato, presente e futuro), concede un metodo di lettura, nella sua possibile interpretazione, assolutamente diversiva. Ci viene donato il confezionamento di un’estetica costruita sulle nozioni scientifiche anziché su soggettivi, per quanto empirici possano essere, rilievi della liquida materia.

Si può dire, per estensione analogica, che l’escavazione che uno psicologo riesce ad estrapolare dalla mente dell’uomo questo autore pugliese la sottrae ad una dimensione polivalente, di per sé aliena a qualsiasi analisi psichica. La crea, quasi, la modella da un’entità che intelletto non ha ma che alla fin fine è personificata, resa creatura dotata di una sua propria intelligenza. Una sorta di mago, un illusionista che trae dal cilindro una verità altrimenti irraggiungibile: questi è Adriano Giummo.

Poetica indubbiamente sui generis, la quale sortisce effetti, veramente ‘speciali’, che coinvolgono. Bellezza sicuramente di originale fattura!

Recensione
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