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Romanzo ambientato nella conflittuale geografia della Croazia e della Serbia Erzegovina tra l’autunno del 1991 e la primavera del 1993, in piena crisi balcanica. Per i Croati, al di là del più generale conflitto coinvolgente l’ex-Jugoslavia, v’è, in particolare, il fuoco ostile dei Cetnici, ossia dei Serbi, da una parte, e dei più ‘familiari’ Ustascia, gli ufficiali croati in forza alla Guardia Popolare, dall’altra. In tale bellicoso teatro Robi (Robert), croato di Pola, in una trama avvincente, soprattutto nella parte centrale (capitoli 5-8), è protagonista-narrante di una serie di vicissitudini a dir poco allucinanti. L’afflato amoroso non manca. Ma si tratta di un mero diversivo dell’intreccio del romanzo. Il precipuo motivo d’interesse è senza dubbio caratterizzato dalla bellicosità della storia e da quanto ne consegue sul piano della vicenda umana, con risvolti sì militari o paramilitari ma altresì civili.

La chiave di lettura è proprio il titolo del libro: “congedi”. Espediente per incanalare il lettore nella militaresca sequenza dei passaggi tra i vari interpreti del romanzo, tutte figure in primo piano, e tutte con indosso la divisa. Passaggi che assumono variegati significati. L’aneddotica sequela, che spesso nasce e sfuma nel rapporto casuale, desta sempre un interesse di rilievo, e vede il momentaneo protagonista sparire dalla scena, è attivata o dal ricordo poi rimosso dal presente, o dalle partenze, per altre patrie oppure, ahimè, per l’altro mondo, dei Più. Ed è qui che il congedo, marcando un passaggio meglio definibile come trapasso, sembrerebbe rappresentare l’apice. Tuttavia non è ancora bastevole il senso drammatico che l’Autore vuole assegnare al romanzo. Lo zenit del congedo sta di fatto nell’alienazione di Denis, giovanissimo soldato riformato a seguito d’una ferita alla testa, che lo conduce ad un delitto insensato. Un omicidio in ambiente civile perpetrato senz’alcun movente. Alienazione clinicamente spiegabile col termine Dspt, in quanto ascrivibile a Disordine da Stress PostTraumatico. È chiaro che il vero dramma sta nella follia colla quale la guerra certe volte ripaga l’uomo, condannandolo a vagare come un’ameba priva di raziocinio.

Recensione
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