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Gli Echi di solitudine, che Marco Morelli ci trasmette, con tratti di cronaca surreale e di onirica proiezione, non si può certo negare che abbiano un carattere esistenziale. L’esistenza assume, e non solamente nella prima parte intitolata “Molteplicità dell’essere” ma nell’intero contesto narrativo, una frammentazione che è persino inconcepibile con la singola, individua essenza umana. Viene in mente, con una certa agevolezza, L’Uno, nessuno e centomila di Pirandello. Il protagonista implicitamente dichiara di vivere la sua vita “forse ancora immerso nel […] sogno” – p. 15. E qualche pagina dopo: “Stavo forse diventando pazzo” – p. 18. Quel “forse”, presente nella prima come nella seconda dichiarazione, non può che indicare incoerenza esistenziale. Affermazioni che, proprio in forza del traballante “forse”, si fanno nel contempo interrogazioni. Esprimono incertezza nel vivere. La frantumazione dell’Io tende esattamente ad un futuro ingravidato nel dubbio. Talché “L’irrealtà diverrà realtà e la realtà non sarà più distinguibile con la sola percezione”.

L’io narrante è dato da una prima persona anonima. Mai viene fatto un nome; mai viene rivelato un protagonista nella sua identità. La conclusione che le molteplici vite dei simili siano state vissute nei nostri occhi, così di sfuggita, ma soprattutto nella loro apparenza, risolve parzialmente il mistero di una vita che non ci sarebbe mai stata. Vita vista come entità trascendente l’umana ragione, che trova in ognuno di noi il portavoce delle esperienze altrui. Come se una sorta di demone parassita s’intromettesse, s’impadronisse delle prerogative del singolo essere umano, non importa se uomo o donna.

La metafora che caratterizza “Vuoto totale” e “Vaso” dimostrerebbe, infine, come la stessa capienza di un vaso vuoto possa offrire ulteriori spunti per potenziali essenze. Mentre la “Luna”, nelle varie fasi cicliche, si propone come calamita dei sentimenti, che ora muove all’odio ed ora muove all’amore.

Recensione
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