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Antonio Romano è un autore precoce, diciannovenne, ed ancorché la plaquette in disamina, otto componimenti, rappresenti il suo esordio poetico, egli dà saggio di padronanza.

Il suo è un sapersi destreggiare egregiamente sia dal punto di vista estetico sia nell’aspetto contenutistico. Sostanzialmente, le buone idee dell’arte poetica si abbinano ad una congeniale scrittura. Il risultato è una poesia lambiccata, vivace, sorretta da una differenziata schematizzazione che produce una serie di stereotipi tali da denotarne personalissimi modelli. Il poeta barese si affida perciò ad una versatilità che della ricerca delle applicazioni estetiche ne fa un poliedrico corollario. Ad esempio a p. 7, con “Alfabeto avventuroso”, è data prova di sapere strutturare i versi dandone un limite che, pur esulando dalla canonica delimitazione metrica, costringe il poeta in un’abile cernita di necessità che inevitabilmente circoscrive l’ispirazione. L’effetto è alla fin fine comunque notevole. Altrettale rigore espressivo è evidente in “Acrostico”, p. 10.

“Bergen Belsen”, pp. 12-13, palesa la forza primaria della parola, perfezionando un tema assuefatto ad una storia che è ormai emblematica memoria.

Il linguaggio del giovane poeta sta coerentemente al passo coi tempi consoni alla sua età. La modernità è attualizzata negli emblematici, psichedelici supporti di natura sociale, legati alla reciprocità dei rapporti tra il poeta ed il suo specifico ambiente. Non rinnega egli la tendenza concettuale della ‘massificazione’, anzi le esperienze della gioventù contemporanea sono genialmente rese allegoria.

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