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Al di là della scrittura,
sintatticamente spregiudicata, la quale rientra nella finalità formale,
estetico-strutturale, dell’autrice, ulteriori elementi attraggono l’attenzione
del lettore.
Presupposto di fondo della
raccolta credo sia il dialogo col quale Angela Fabbri vuole rivolgersi al
pubblico. In realtà dialogo non è. Dire dialogo è improprio. Prevale un
monologo. O comunque un dialogo dal dualismo interiore, appartenente alla mente
della stessa autrice. Può essere (pseudo) dialogo con entità immateriali che
solo la Fabbri sa dirigere, interloquendo con un altro, idealmente visibile a
lei sola. Oppure dialogo apparentemente più esteso, tra entità ugualmente
immateriali (ombre nella notte, anime; la morte e l’amore) ma pur sempre
presenti unicamente nell’io dell’autrice. Risultato: ci si riconduce
all’identica sensazione di leggerne un monologo, un discorrere tra lei e lei.
Spesso il binomio morte-amore
(=amore-morte), connota una movenza fortemente protoromantica. Tale ambivalenza,
per quattro quinti anagrammatica, ipostatizza due creature della fantasia che
sembrano equivalersi sul piano delle più materiali affezioni, piuttosto che
degli affetti (cfr. Quando l’amore è eterno amore, p. 11; Il sesso e
il cervello, l’amore e il sentimento, pp. 34-37). La morte è evocata con
circospezione e allo stesso tempo con inappagata assiduità, oltre la costanza.
Una “consapevole paura” surroga un elisir d’amore lenitivo, ammazza-guai.
Non è difficile dedurre
un’insoddisfazione amorosa cronica, dovuta, con buona probabilità, ad un marcato
egocentrismo. Una disponibilità permanente per rapporti carnali casuali non
soddisferebbe l’esosa esigenza d’un rapporto di lunga durata, che l’autrice è
consapevole di non poter mai avere. Si renderebbe perfettamente conto d’essere
troppo esigente verso il partner. In piena coscienza avverte: “…io sono nata per
tutti ma voi non siete nati per me” – p. 58. Parrebbe, al limite, un’implicita
mistificazione dell’Ente divino, se non un autentico tentativo
d’autodeificazione. Tant’è che Dio, quand’è menzionato, reca sempre l’iniziale
in minuscolo – cfr ad es. p. 19. Non ci sarà un altro J. all’infuori di me
(pp. 53, 54) se ne avrebbe la riprova.
Sia ben chiaro che quanto
finora affermato vale esclusivamente a proclamare una sigla artistica, a
prescindere dall’effettuale realtà.
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Recensione |
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Giochi tremendi
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narrativa
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| Autori |
| • | Angela Fabbri |
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Edizione:
Este Edition
Ferrara 2000 |
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| pp. 72 |
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| Recensione a cura di |
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Pubblicata su:
Punto di Vista nr.27/2001
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