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Romanzo breve di un autore appena ventunenne. Nonostante non sia caratterizzato dalla struttura in versi, che ne confermerebbero la qualifica, l’opera può essere considerata di elevata consistenza poetica. Non sarebbe neppure azzardata una dichiarazione di poema in prosa.

Icaro, come riporta il titolo, è personaggio traslato, prima nel nome del protagonista del romanzo, Caio (rispetto ad Icaro mancherebbe la sola lettera erre a completarne l’anagramma), poi nel nome dello stesso Autore, Carlo (qui, se si volesse considerare una ‘i’ grande la ‘elle’ maiuscola, siamo ancora più vicini alla completezza dell’anagramma). Chiaramente Icaro è simbolo di volo, sia onirico sia di trapasso nell’aldilà.

Caio, ma non solo lui, anche Ligeia, la protagonista al femminile, rappresentano, nel modus d’un profondo pessimismo esistenziale, che rivela dolore, angoscia, sofferenza, il volo mediatico per la fuga dalla vita.

Sogno-vita e morte-rinascita si susseguono nell’implacabile sequela di metafore fortemente compenetrate negli elementi della natura. Talché la trama, in undici passaggi consequenziali, assurge ad autentica parabola.

La morte di Caio, suicida, articolata in una fase preliminare che annienta completamente il dolore della dipartita, nell’edulcorazione progressiva dell’atto cruciale, che pone fine all’esistenza terrena, è di fatto presentata come liberazione dal fardello corporale. Anche il volo della libertà fisica, che emancipa dalla sofferenza somatica, è impregnato, appunto, di sogno. Sembrerebbe che il più diffuso concetto di ‘vita come sogno’ sia tramutato dall’Autore in un più originale teorema di ‘morte come sogno’. L’opera esplica perciò una doppia valenza, non escludendo né l’una né l’altra interpretazione del significato del sogno: può essere morte, può essere vita.

Recensione
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