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Dell’ottantina di poesie, tutte di ottimo livello, proprio l’ultima mutua il titolo della raccolta, “Anch’io picchio e ripicchio”. Ed è il componimento che marca il contesto sillogistico.

Una serie di parabole piccanti, autentiche frustate, costituiscono l’ossatura finalistica dell’opera. Oggetto d’attenzione e perciò di critica è la società. Le frecciate principali non possono che riguardare politica ed istituzioni. Vedasi: “Anch’io picchio e ripicchio | mio picchio [...] | che per trapano impugni il becco || [...] Tu sfidi il buio io attizzo col verso acre | ragnatele di coscienze degradate | gli stucchi e i trucchi del politicare”.

Emerge d’acchito, senza motivo di smentita, la pulizia dei versi per quanto concerne la punteggiatura, assolutamente assente. Peraltro i periodi sono sempre iniziati colla lettera maiuscola. Iniziale che si trova spesso a spezzare in due il verso, talché si palesa, con quasi ordinaria frequenza, l’esatto contrario del fenomeno denominato ‘enjambement’. Ed è chiaro che se si verifica ciò, a precedere dovrà per forza essere proprio l’enjambement. Tale è il risultato dell’uso di una metrica, variabile ma non troppo, dal verso lungo. A seconda dei vari componimenti il computo sillabico diverge, mediamente, dal decasillabo al doppio ottonario. La struttura è, ogni volta, variata e soprattutto libera, ma mai diversificata da verso a verso, da strofa a strofa. La rima, piuttosto che cercata, sembra evitata ad hoc. Cosicché il ruolo estetico spetta prevalentemente alla parola, che rende, appunto nel punzecchiare, un suo particolare fascino. Altra nota d’effetto è la congenialità della metafora, onnipresente e talora alquanto sibillina fino all’estremo senso di assurgere pressoché ad indovinello – cfr. “Quel tizio che rima con tagliola”.

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