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Nel triplice gioco delle scansioni L’ego-memorie, Presagio d’eclissi, La parola (s)velata, comprensive di dieci componimenti le prime due e di tre la terza, Grazia Marzulli rivela doti poetiche apprezzabili.

Il velo di Maya è la metafora del tempo. Il tempo mitico appartenente alle favole. Nella silloge poetica contestuale il tempo è vissuto nelle varie fasi, della speranza, dell’attesa, che ognuno di noi dipinge coi colori più belli. L’Autrice dice infatti di sé, nel suo estetico viaggio in questo tempo che è, più che trascorrere di minuti o di ore, immobile limbo: “in guanti bianchi […] nel gran velo di Maya […] ricamavo cieli tersi”.

In generale, è, questa, una poetica lambiccata, non immediata nella resa concettuale.

L’ambizione – s’intenda nel senso buono – s’appropria della concentrazione del suo potenziale utente. Lo rende mezzo. Lo fossilizza in una mediata, meditata, ricerca, alla scoperta della realtà che ha ispirato l’Autrice.

I componimenti piuttosto che essere strutturati in una metrica canonica direi che, all’opposto, sembrino destrutturati (sic!) da un’architettura di ermetici significati. Rendendo l’esatta idea di ciò che la poesia possa essere in quanto originalità, imprimendone comunque una musicalità, anche piuttosto evidente. È bellezza che, nei termini del poetico, sublima quel qualcosa di sovrannaturale che alimenta l’afflato estetico, il concetto puro dell’arte che dà il comune senso del bel sentire, o, per il poeta, del bello scrivere. È, se vogliamo, una bivalente questione di gusti e di buon gusto, in definitiva. Anche se si è certamente nel soggettivo. Tanto per dire che c’è ancora qualche tradizionalista convinto che la vera poesia debba necessariamente essere accompagnata dalla rima.

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