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L’ennesima silloge poetica di Fryda Rota mette in risalto gli aspetti più drammatici dell’India, tralasciando altri elementi che avrebbero potuto sortire maggior effetto sul lettore. Non era quanto rientrasse negli schemi compositivi della poetessa vercellese. In particolare, filosofie e religioni non sono state pensate come strumento di coinvolgimento bensì quale appendice inerpicante nella sofferenza e nei patimenti d’un popolo che, all’opposto, ha suscitato e suscita, per conclamata tradizione, suggestivi interessi legati ai miti e alle mitologie. Laddove i fachiri ed altre forme di cercata e ponderata sofferenza assurgono a modello d’interesse folcloristico, Fryda Rota, invece, proprio sul dolore eleva croci, facendone una cartina al tornasole, ridimensionando l’immagine suggestiva d’un’India appagante e spettacolare in un insieme di immagini da infernale girone dantesco, spietate eppure reali. India è il titolo della raccolta di poesie; India è il titolo della poesia capofila; India è il titolo della composizione di chiusura. Una sorta di martello pneumatico che si accalora per frantumare una montagna di pregiudizievoli memorie, percuotendo sui nervi vitali d’un’umanità emarginata, lasciata in balìa delle proprie inguaribili, ostinate, quasi imperturbabili ferite. Possibile che solamente quella santa donna di Madre Teresa di Calcutta abbia voluto, con tutte le sue forze, prodigarsi per alleviarne i patimenti?! Non ha torto l’autrice quando, rivolta al nostro cristiano Padreterno (Caro buon Dio, pp. 45 e 46), ha coraggio di chiederGli: “Caro buon Dio che pure pensavi | – sarò povero in mezzo ai poveri – | cosa sai di questa miseria che | avviticchia come una serpe | e contorce membra sciancate...?”. L’opera assurge a vera e propria provocazione nei confronti, non di Dio – che è alla mercé delle ideologie dell’uomo e delle sue discutibili interpretazioni – ma piuttosto nei confronti delle religioni monoteiste, le coeve (non voglio indicare unicamente quelle cristiane, intendo coinvolgere anche quelle islamiche, che le sono parallele sul piano dell’univoca divinità). Funeree visioni segmentate di corpi sfatti, frammenti di corpi, dolore e morte, assoluta povertà, oppressione, adornano – si fa per dire! – questa specie di pamphlet, sorretto da un’accurata ricerca linguistica e soprattutto da encomiabile finalità umanitaria.

Recensione
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