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Antonietta Benagiano ha la tempra della poetessa classica. Nonostante che del classicismo non ne adotti la struttura canonica. Forma, dunque, libera, versi sciolti. Di classicismo ne sono intrisi, palesemente, quasi tutti i componimenti parte della silloge in questione, grazie ai reiterati riferimenti alla mitologia, a personaggi epici o comunque reali protagonisti dell’epoca classica, o anche precisi luoghi geografici di quell’epoca. Vogliamo averne una puntuale idea? Eccoli, gli eroi, o più in generale, i campioni favoriti dall’ispirazione della poetessa tarantina, di Massafra: Eolo, Urano, Ulisse, Esperia, Edipo, Pallade, Eros, Diàclasi, Tiresia, Crono, Gea, Psiche e Amore, Ebe, Eccelso, Letè, Elios, Eco, Apollo, Dioniso; Achei e Teucri che si disputano la bella Elena, il filosofo Platone, le tre Parche – Atropo, Creonte e Sinone –, il fiume Tara, la Polis, l’Ade ultraterreno. Tra l’alacre fucina della mitologia trova purtuttavia spazio Dio. Posto all’apice del destino, al di sopra del fatale lavorìo delle Tre Parche, il Creatore è visto come unica via di salvezza, scappatoia all’ineluttabilità del destino. Il finalismo dell’essenza umana può trovare adeguata e razionale risposta appunto nella costruzione d’una proiezione oltre la morte fisica. La poesia della Benagiano si può capire come prolifichi nell’azzardo delle pieghe scabrose dell’esistenzialismo, che, viceversa, oggi è orientato in più libere espressioni, scevre da inquinamenti classici. Ci si avvede di come quest’autrice ami cogliere le giuste metafore esistenziali proprio nei desueti convolvoli della mitologia greca, apportando in tal modo un contributo diversivo. Il linguaggio, nel contesto, è concertato in una ricercata raffinatezza lessicale. Emilio Diedo

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