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Su Giacomo Leopardi si sono ormai versati fiumi di inchiostro e si son dette parole a non finire. In ogni caso, per chi credesse di introdurre sul Poeta una bibliografia innovativa tale da mettere in discussione quanto finora appaia assodato, se veramente fosse così, ben venga; non è mai troppo tardi. Chi può sapere se effettivamente in proposito sia già stata spesa l’ultima parola!

Venendo a "La ginestra di Giacomo Leopardi", della pedagogista Antonia Izzi Rufo, non mi sembra di intravedere alcunché che possa suscitare interesse nel senso anzidetto.

Bisogna purtuttavia prendere atto che il libro in questione ha un suo originale valore, grazie all’apporto autobiografico e di alcune note di diversione che ne fanno un’opera di varia, sui generis.

Nella terza parte, intitolata La gita, laddove l’autrice presenta al lettore il gustoso e personale rendiconto di una sua esperienza di diporto, "un breve viaggio, di un solo giorno," a Napoli, luogo in cui Leopardi passò gli ultimi brani di vita, è, per così dire, svelato il motivo che ha fatto innamorare la Izzi Rufo allo studio del Poeta recanatese.

Mentre le parti intitolate Il Vesuvio, pp. 46-48, e Napoli nella Campania felix, p. 49, contribuiscono ad incrementare il tocco di ‘varietà’ del libro. Nei due contesti si configura una sorta di trattazione sinottica dal carattere storico e geografico. E per taluni aspetti, soprattutto in riferimento alla prima delle parti ora citate, si tratta di un sommario substrato scientifico, con nozioni orogenetiche, che rappresentano una delucidazione per quanti non siano iniziati alla sismologia.

Recensione
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