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Lodevole l’opera poetica in disamina. Silvia Venuti, l’autrice, compita, nel musivo insieme dei contestuali frammenti, una silloge di rara consistenza estetica. L’armonia dell’elaborato coniuga sapientemente filosofia e musicalità sintattica. In una sorta di monologo shakespeariano è recitata la triade metamorfica Hegeliana – “Sto portando | ad unità il presente | con il passato | per superare entrambi”, p. 14; “Ho casa infine:| abito la Casa dei Poeti”, p. 24.

Nella forza esistenziale della poetessa sta anche il fondamento dei versi: “Ecco il mio potere: | quella tensione estetica”, p. 50.

Poesia fatta di parole più ancora che d’espedienti ritmici, che pure bene la connotano. “Le parole necessarie | sono quelle attese, | le pronuncia a sé | il cuore, | dilatando silenzio | in separazione”, p. 74. Una ‘parola’ che “mette il saio, | s’inginocchia | e prega: | poi santifica | ogni cosa”, p. 12. Parola “che non disse mai | mio padre, | non disse mai | mia madre”, p. 55. Nella “Parola estrema” si coagula l’arte poetica, “l’arte d’esistere”, p. 52. Parola come esigenza d’oltrepassare il pensiero, che nella sua gentiliana espressione “pensa se stesso”, p. 25, ed è un peso, “mantello greve | alle spalle”, che implica lentezza (ibidem) e finanche dispersione, come un “prato | senza confini”, p. 28. È un “pensiero alto | come il mattino” che smuove fatiche e memorie e che vuole “la misura grande dell’anima”, p. 69. Pensiero che “sa disegnare parole divertendosi”, p. 33.

Ricordiamoci però che sono le ‘parole’ le padrone, parole sopraelevate, vestali del pensiero ma che hanno l’eloquenza di ‘far apparire il Vuoto più ebbro di sé’ “e l’uomo più misero | nel suo Morire”, p. 42.

L’apertura cosmica dell’ultima pagina del libro profila un pensare galattico, prerogativa d’una Sapienza appartenente unicamente all’Assoluto.

Recensione
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