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L’opera in questione, da intendersi come narrativa, in realtà è concepita dall’Autore come un mix che ne fa racconto e nel contempo saggio. La documentazione storica, perché di romanzo storico si tratta, per quanto riferito ad avvenimenti non lontanissimi dal presente, viene fagocitata nella narrazione e si affianca ad una cronaca autobiografica nuda e cruda, senza fronzoli, che arricchisce di conseguenza l’aspetto saggistico.

Il protagonista, Piero, maschera la figura dell’Autore, particolare peraltro autodichiarato a fine testo. Ed è in sostanza Mario Ceccarello, che della sua ormai secolare esistenza (novantottenne) ha messo nero su bianco certi ricordi segnati da avvenimenti tremendi. È quanto accadde all’indomani dell’8 ottobre del ’43 nel Bellunese.

Lui era un bancario, in quel periodo, in servizio a Trichiana e dovette assistere impotente ad “una lotta sotterranea fra i pochi collaborazionisti dei tedeschi ed i partigiani”, che, volente o dolente, lo coinvolse in prima persona, con serie ripercussioni sulla famiglia.

“Un giorno venne perfino assaltata la Banca dove Piero [leggasi Mario Ceccarello] lavorava.”

I ricordi vengono rivissuti dal protagonista-autore a seguito di un viaggio, tramite ferrovia, da Venezia, dove tuttora abita, a Cortina d’Ampezzo, dove abita invece uno dei suoi tre figli, il più giovane Pier Luigi. Stimolo in tal senso è stata una sosta di due ore che il treno fece a Belluno. Piano piano nella mente non poté non ricostruirsi un passato gravido dei bei ricordi della defunta moglie, amata ed intelligente, che in diverse occasioni salvò la famiglia dall’invadente irruenza dei tedeschi, e di, ahimè, memorie ben più tristi rievocanti morte, fame e disperazione.

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