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Sull’ennesima raccolta poetica di Pasquale Martiniello, qui in disamina, mi si perdoni se non mi soffermo sull’analisi stricto sensu, circa gli strumenti modali determinanti l’afflato eminentemente poetico, ossia l’approccio tecnico-strutturale. Vorrei peraltro condividere, al riguardo, l’esaustiva (ben sedici pagine e mezza), ottima prefazione di Armando Saveriano. Nonostante l’Autore riporti la versione italiana a fronte e ne dia chiarificazione, adottando l’integrazione di Note (pp. 270-271), indicandone i Nomi traslati (p. 272) e avvalendosi dell’ulteriore Glossarietto (pp. 273-278), non posso cedere alla tentazione di proporre una critica estetica che non mi verrebbe né incisiva né obiettiva, dovendo valutare un dialetto lontanissimo dalle mie origini idomatiche, venete o al massimo emiliano-romagnole. Ma già nei contenuti dell’opera, dei quali parlerò, ne emerge il merito.

Ebbene, credo che il punto cruciale dell’elogio da riconoscersi al Poeta stia nella ‘volgarizzazione’ globale, incondizionata ed impietosa dell’ambiente e maggiormente dei personaggi eclanesi di cui parla. Terragna, atavica, istintiva eco dell’anziano Autore, nato in quell’avellinese terra di Mirabella Eclano. Il volgare è da intendersi non nel significato letterale attualmente prevalente bensì nel senso antico di stretta pertinenza popolare (“vulgo”, “vulgata”). Emergono, nei versi spietati di Martiniello, gli aspetti poliedrici d’una rude realtà, nuda e cruda. Le dirette voci della povera gente, contadini se non nullafacenti, s’elevano sopra gli eventi, ora drammatici (morti, vedovanze, veglie e funerali) ora gioiosi (nascite, matrimoni, festività) ora del più lato rilievo contrattuale (fidanzamenti, eredità, compravendite, prestazioni sessuali nondimeno), denunciando, nel disinibito canto della poesia, paradossi, superstizioni, maldicenze o al contrario felicitazioni, propri della stereotipia di un’epoca e del relativo costume. La libera e sincera volontà dell’individuo (specie la donna) lì segregato ed oppresso da consolidati senso e pudore comuni di usanze e rituali, è un aspetto che erige l’abnorme simulacro d’una civiltà-inciviltà legata a peculiari manifestazioni, tipiche d’un gretto folclore. L’aspetto volgare nel senso dell’anzidetta tradizione fagocita altresì la più attuale volgarità (trivialità) delle persone che, partecipi d’un munno spierso, brutalmente schietto, sono necessitate a considerare ogni fisiologica funzione corporea, sesso compreso, come argomento dialogico rientrante nei normali limiti della decenza.

Recensione
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