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Quindici non è la solita, abusata antologia. Nell’idea del suo curatore è bensì una proposta di repertorio, riferita a quindici (input del titolo) poeti pugliesi, se non di nascita almeno per adozione. Nella prefazione, che Angelo Lippo concepisce quale “frammento”, proprio per dare ragione alla mentalità in progress del “Primo tempo” impresso in copertina, viene posto il la per un organico continuum. Appuntamento sorretto dall’impronta dei tempi brevi e dal riscontro di un’analoga sequela di poeti da consegnare ancora alla storia della poesia contemporanea pugliese. L’excursus critico sulla quindicina di autori qui inclusi, nell’ordine dato dal libro, non potrà che essere, ahimè, per motivi di spazio, lapidario, tanto da sembrare ridicolo. Ed il parere è, com’è logico, strettamente legato alle opere della raccolta antologica in esame.

Angelo Lippo si distingue per un topos di poetica affine al modello di Rabelais, ispirandosi inoltre alle sensazioni baccantiche, sviluppando un’inebriante estetica dai risvolti afrodisiaci, espletata in un linguaggio evoluto di notevole sollazzo che, in definitiva, sa coinvolgere il lettore.

Antonia Anneo ventila, letteralmente, un verseggiare frastagliato alquanto icastico, riuscendo ad inverare quell’energia che il vento apporta alla sua vitale e variegata sprone poetica (cfr specialmente Osa) grazie alla quale riesce opporre netto antagonismo ad un sorgivo e cogente pessimismo.

Anna Marinelli reca in sé l’immagine di un giocoliere che si esibisce con le rime. Come un funambolo dello scrivere che, nel sottile e gaio gioco di rimalmezzo, si avvoltola negli addentellati di una Natura istigatrice dell’ispirazione.

Rita Marinò Campo è la poetessa disvelatrice degli affetti familiari consolidati dalla salda fede nel divino, la quale sa relazionare tanto poeticamente quanto umanamente, con padronanza di linguaggio, i sentimenti, accattivando l’attenzione del fruitore della sua poesia.

Michele Martinelli lo definirei il ‘poeta dall’epigramma esistenziale’. Sì, perché con le rivelazioni delle note didascaliche a pie’ di componimento, immancabili ed esaurienti (talora la nota supera il contenuto poetico di pertinenza), non vuole che nella lettura s’inquini la sua meditazione.

Tommaso Mario Giaracuni: poeta che si diverte ad inventare giochi nel limite imposto dall’espediente estetico, escogitando poesia di stampo ludico che inevitabilmente va etichettata all’insegna di un’imprevedibile originalità – cfr Profumo di Marna.

Gianpietro Campo reca, nella sua assolutezza fideistica, il lacerante ed incombente messaggio della Croce, ad invocazione della passione di Cristo, che invoglia ad assumere funzione guida per l’intera contemporanea umanità.

Rita Santoro Mastantuono dimostra un’ innata attrazione per l’enjambement: giunge a fissarne il carattere persino nell’interstrofa. Apporta inoltre palese tocco di trascendenza ad un pensiero poetico altrettanto latore d’evangelica speranza, vicino all’escatologia.

Lucio Carmelo Giummo fa pensare ad un poeta vestito di tristezza che, per una contrapposizione fisiologica, nella ricerca di una felicità latitante, anela ad un’evoluzione cosmica della poesia, rincorrendo l’ottimale ascendente astrale.

Edio Felice Schiavone tramite flashback e con frequenti passaggi analettici attiva nei suoi versi un’attualità storica ad hoc, confortata da rappresentazioni di una poesia apparentemente narrativa, convulsa spesso, ma dall’esito efficacemente coinvolgente.

Oronzo Liuzzi si sarebbe tentati d’includerlo tra i poeti futuristi, in una rediviva frangia, naturalmente. Di certo si ha a che fare con un artista, non esclusivamente poeta, d’avanguardia, inscritto alla pratica di un’informatica incipiente nei ruoli dell’estetica.

Antonio Romano, un originale a tutto campo, del quale si annusa l’odore di un’alacre programmaticità ebbra di progetti. Sperimentalista che affida la ricerca estetica ad una fantasia spigolatrice di concetti, vicinissima al senso poetico comune piuttosto che ispirata al nonsense.

Di Anna Gramegna s’intuisce l’arte dello scrivere in versi incapsulata in un lirismo interiore. Poetessa la cui ispirazione viene attinta da una soggettività che cattura gli astratti concetti e li plasma a sua immagine, elaborando un’estetica di sofisticato effetto.

Adriano Giummo ha qualcosa di molto in comune con Anna Gramegna. La sostanziale differenza sta nel fatto che in Giummo si cattura una fortissima influenza filosoficamente orientata alle motivazioni socratiche, nel senso della ricerca dell’essere.

Marcello Cometti impone, in forza dei suoi versi sintetici, saette. L’arma di questo poeta sta nella scrittura austera. È il suo linguaggio che abbisogna di tale supporto. Essenziale è la vivacità della parola, imperativa, che talvolta dà l’impressione di un ordine categorico.

Recensione
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