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Romanzo storico ambientato in una tra le più belle città italiane sotto l’aspetto geo-ambientalistico: Taranto. Città che vanta un’ultra millenaria storia. È di tale storia che Dario Gigli, nativo del posto, ha voluto narrare le origini, ricostruendone una sua versione, facendo riferimento niente po’ po’ di meno che al 282 a. C., riesumando di conseguenza le vicende greco-romane.

La storia è storia, lo si sa, ma i personaggi salienti che la caratterizzano, soprattutto quelli anonimi, che mai trovano spazio negli annali, costituiscono il tramite per attizzare la fantasia e costruire il romanzo. È chiaro che questi personaggi marginali della storia, senza nome, siano, già per definizione, frutto d’invenzione. Non si può raccontare di persone che non si sono conosciute. Perciò, se lo si voglia fare, bisogna crearle di sana pianta. E bisogna crearne un’effigie corrispondente ad un verosimile prototipo epocale. L’Autore, giovanissimo studente universitario, l’ ha fatto!

L’impianto della trama sorretta da una base massiccia di vicende storiche anche fin troppo note (le guerre dei romani contro gli Epiroti), molto dispersive, hanno divorato spazio a tutto campo difficile da gestire.

Per di più, alla fine, ci si avvede di come l’intreccio sia stato elaborato per una particolarità ad hoc, che consente, a partire dal mitico Taras, fondatore della Città, di ricostruirne un rapporto purchessia tra padre e figlio, che nella fattispecie si è riperpetuato nel passaggio delle generazioni. Cosicché, in base all’arguta macchinazione dell’Autore, si scopre che Falanto è padre di Filonide ancora, dopo il salto di due discendenze.

Recensione
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