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La silloge poetica in disamina, Tempo d’autunno, di Rina Buroni, lascia in bocca il sapore dolce-amaro del verso leopardiano, nel senso di un delicato pessimismo. Paragone che fila proprio a pennello! Sì, perché, anche a riguardo del linguaggio poetico, ci sembra, nello scorrere la raccolta, di stare assaporando la raffinata ed intellettiva poesia di Leopardi. Naturalmente non si può pretendere che la forma sia la medesima. Non in quanto la poetessa non ne sia all’altezza. Bensì per la scelta espressiva dell’autrice; solo per questo.

Componimenti sempre a corpo unico, monostrofi. La rima a volte è presente, con combinazioni le più diversive, nell’adeguato segno di un’attuale misura. Non è trascurata neppure la rimalmezzo, tanto per fare un esempio. Il metro sillabico dà riscontro ad una moderna propensione a modellarne il ritmo. Talché il computo delle sillabe assolve, sì, ad un prefissato protocollo ma talvolta si tratta di uno schema di media misura, dato appunto, con riferimento all’intero componimento, dal conteggio medio delle unita sillabiche di un verso rispetto all’altro.

Emerge, sul piano contenutistico, la persuasiva forza di un rammarico, in certi passaggi neanche tanto moderato, per un non indifferente cumulo di illusioni, disillusioni e delusioni definitive incontrate lungo il percorso della vita. Si badi bene che è un insieme di dati consuntivi, pertinenze del dispendio dell’esistenza di una donna che preavverte d’essere prossima al capolinea: “Oh primavera, anche per chi ha lasciato | gli anni suoi verdi su lontane strade | lo rinnovelli a poco a poco il giorno”. Versi, questi, tratti dalla poesia “Primavera”, pp. 23 e 24, un ossimoro rispetto al contesto dell’opera, che tuttavia esprime l’eloquente modo d’essere, un personale malessere, dell’anziana poetessa.

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