Servizi
Contatti

Eventi


Come può accadere che un libro di poesie si riveli dialogo limpido tra due poetesse distanti 2600 anni, e che questa poesia si offra in memoria di un poeta amico, di recente scomparso, ad entrambe devoto, così da far apparire anche lui vivo e coinvolto nel discorso poetico, è domanda cui Maria Grazia Lenisa dà risposta in questa sua ultima raccolta, dal titolo Saffo Chimera.

Dalla nota introduttiva della stessa autrice sembrerebbe, la sua, un’operazione nuova, rigorosamente logica, condotta su disegno preordinato: un esperimento di in-versione del testo antico, di-versione, e-versione anche. Insomma, una lettura diversa, in cui il ribaltamento del modello è funzionale alla rivelazione del fondo vero, profondamente umano, della poesia saffica, spesso sospinta nell’asfittica iconografia di poesia rituale (sebbene ne sia riconosciuto il portato, nuovo, di "interiorità"). Si tratta ora invece, di un’ operazione "antieroica", che toglie quell’eccessiva patina di sacralità (di cui la vera poesia, pura comunicazione umana, non ha bisogno) e rende Saffo una donna più vicina, capace di parlare al 21° secolo.

Sono però convinta che, al di là delle dichiarate intenzioni, Maria Grazia Lenisa abbia, come sempre, seguito istintivamente il suo estro, si sia abbandonata al flusso naturale della sua psicomusica, capace di spaziare dai toni ironici a quelli alti, dalla parola di fede a quella dissacrante e potente dell’eros. Solo ad opera compiuta avrà visto gli originali esiti che analizza in nota. Comunque sia andata, questo scardinamento del testo originario è una vera ricreazione, che da qualsiasi aspetto la si guardi (di certo da alcuni con scandalo) rimane la prova tangibile della vitalità dell’originale, della capacità del seme di germogliare in nuove teofanie, sorprendenti in-canti contemporanei e insieme antichissimi.

Un frammento saffico afferma che al tiaso non si addice il pianto di morte. Nasce da qui la prima, fondamentale e-versione, poiché tutta la raccolta è scandita invece dal compianto sereno, perfino ironico, a volte, del poeta amico Grytzko Mascioni.

Già nella poesia d’apertura "Inno", la spinta vitale della ben nota preghiera ad Afrodite di concedere a Saffo amore (fr. L.P.1), è invertita in quella, amara perché impossibile, di allontanare la morte dall’amico. Scompare così il mito della potente Afrodite nell’atto stesso con cui la si invoca : "Si svuota, Grytzko, il mito senza Te. | Tu mi raccomandi Saffo e Afrodite | non c’è."

In "Addio a Grytzko" Lenisa ricorda l’affetto e la stima che Mascioni le aveva espresso nella dedica "Temo il poeta che amo, il suo rimprovero", riprendendo il dialogo con lui e Saffo lungo vari testi. Ne cogliamo l’intensità ne "Il molteplice", in cui Lenisa riconosce che tra le tante donne cui l’amico si è accompagnato nessuna è mai stata "riconducibile all’uno", all’unica donna del sogno, ciascuna essendo solo una tessera del suo mosaico-ideale. Lenisa è ancora la consigliera complice negli amori del poeta in "Eccola. È pronta" e ammicca, perfino, all’amico, con un "Marameo", ironizzando con Saffo sulla pro-cessione della sposa allo sposo, per gridare infine, in "Postumo", con un unico verso augurale: "Che grande vita dopo la sua morte!". Non vi è dono più bello, infatti, per l’amico, che sentirsi chiamato nella dimensione lenisiana di poesia, come verso l’ unico orizzonte di salvezza, che il poeta ha saputo raggiungere attraverso il tempo, l’intensità del vivere, la sensualità.

La poesia di M. G. Lenisa prende corpo in questi versi con una coerenza di poetica e linguaggio che ha sempre eros come centro irradiante. Del resto nella precedente raccolta, dal titolo "Eros sadico", si era già dimostrata l’incredibile capacità di sovvertire perfino il male in demone amante, di neutralizzarlo col canto. L’effetto è una classicità interna, riflessa, come in Saffo, in un mondo che si vorrebbe sazio di serenità, fisso nella bellezza, ma coi valori aggiunti di ironia e prospettiva etica che collocano questa poesia nel cuore inquieto della nostra epoca. Numerose le prove: il "verso" che Lenisa fa al noto frammento su " La cosa più bella", alludendo ironicamente al "successo televisivo" legato all’immagine e ribadendo la potenza naturale dell’eros. Sì, proprio quello che fa tremare Saffo guardando fluttuare la veste sulle caviglie di Gongila.

In la "Beffa ad Afrodite" Lenisa ribalta la sacralità della dea riducendola a moderna diva del consumismo "da studios" e riservando a sé il ruolo di " braccare il tempo delle canee". La poesia denuncerà sempre le storture dell’era mediatica.

Ancora in "Uno qualunque", testo parallelo al notissimo frammento L.P.31 (Mi appare simile agli dei), che descrive mirabilmente i sintomi della gelosia, Lenisa capovolge l’immagine dell’uomo-rivale, smascherato come "uno qualunque", e nel volo di traslocazione i sintomi di colei che guarda divengono ironici aspetti della nostra vita quotidiana: rossore allergico, frastuono di clacson, ansia di danaro, morte in agguato. Morte che trascina con sé l’immagine di un amante-Prometeo in cui riconosciamo il Cancer di Eros sadico.

Saffo-Lenisa aveva poi già cantato nell’ "Acquario ardente" il tema saffico del valore supremo della maternità (frammento indimenticabile): "Ho una bella bambina simile a fiori d’oro, Cleis amata. Per lei in cambio né tutta la Lidia…" contrapponendo la sua "Francesca diletta, pari al girasole". Ora, in "A Terni", la madre presenta orgogliosa entrambe le figlie in un’immagine-icona di splendente classicità: "Ho due figlie belle | come due giare".

Non poteva poi non irrompere in questa scrittura la realtà del tiaso, quella condizione di vita che per le fanciulle che vi aderivano era irripetibile dimensione di cultura, levità ed eleganza. Essa era avvertita come perdita irrimediabile allorché una fanciulla se ne allontanava per andare sposa. Nel frammento "Essere morta vorrei" Saffo ne riporta il saluto dolente, e il suo stesso dolore. Lenisa invece, in "Penetrali", in-verte e le inveisce contro, dando più valore all’offesa per l’abbandono, e in "Voglia" rincara la dose: "Più che intrecciare ghirlande | strizzerai panni sporchi, altri | profumi, odori." È proprio la tristezza della "casalinghitudine", così convintamente evitata dalle ragazze d’oggi.

Il metro qui è sempre quello cui Lenisa ci ha abituato: un verso libero dalla musicalità inconfondibile, che spesso nasconde quell’endecasillabo sapientemente distribuito su due versi , come in "La seta si mutava in bachi | e gelsi lasciando nuda | una spera di sole | Sono sempre le stesse le parole?"

Rispondo a M.G. Lenisa affermando che le parole non saranno mai le stesse, finché, ricreate, continueranno a sorprendere.

Forse Maria Grazia, parlando febbricitante in lingue sconosciute, come le è un giorno accaduto, potrebbe aver parlato nel dolce greco ionico, all’unisono con Saffo (e Grytzko) profetizzando: "Io dico che qualcuno avrà ricordo di noi nel tempo" (frammento L.P. 59).

Recensione
Saffo chimera
poesia 
Autori
Maria Grazia Lenisa
Edizione:
Bastogi Editrice Italiana
Foggia 2004

Nota dell’autrice. Studio di Sandro Allegrini - pp. 84
prezzo: € 8,00

Recensione a cura di
Pubblicata su:
Punto di Vista nr.43/2005
Literary © 1997-2012 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza