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Caro Francesco,

da tempo volevo scriverti in merito a Boulevar-Dente di sega.
Queste tue poesie hanno il pregio dell’impegno nato dall’esperienza di fabbrica, di lotta per il riscatto dall’alienazione, ma insieme non cedono mai al facile discorso comiziale. C’è quindi anche il valore di una battaglia linguistica che vuole ridare alla poesia, senza tradirne la specificità non servile, il suo posto nella battaglia a tutto campo (e non solamente nel laboratorio elitario) contro il linguaggio della mistificazione, della falsità. Della umiliazione della bellezza e creatività dei popoli.

Le immagini sono vive e sarcastiche e i versi imbrigliano con sapienza le rabbie, le voglie di riscatti facili. Trovo in questa poesia quello che, contro le intenzioni dei nostri bisnonni socialisti, le sinistre non hanno, purtroppo, saputo realizzare: il riscatto del proletariato tramite la diffusione della cultura. Non si è gestita bene questa utopia e gran parte dei proletari non sono diventati, sovente, che piccoli borghesi – con tutte le magagne della piccola borghesia. Una parte del proletariato: l’altra è rimasta ahinoi nella sua indigenza economica e culturale. E non parliamo di quello che sta avvenendo a cinque miliardi di persone oltre i confini dell’Occidente.

Ecco che trovo assai pregnanti diversi momenti di questa tua raccolta, nata dall’esperienza diretta e non da una personale rivoluzione al tavolino, sebbene, ripeto, il morso del linguaggio poetico tenga in pista il cavallo pazzo dalla volontà di riscossa: “… il megafono pronto a riproporre | il travaglio delle parole usate | di cui l’eco risuona già sulla punta dell’umido labbro | ... | per giungere alle spiagge ingombre | di relitti ideologici e di uno scheletro di barca | da varare alla dividenda sorte |  solenni in piedi sulla prua ... … riconosciamoci per strada, | che abbiamo infanzie da osteria | col fumo e la televisione | con una ferrovia | colore dell’odor di ruggine | con slarghi di periferia | ed erba in lotta con l’asfalto...”

E poi certi ritmici passaggi degni degli antichi blues: “… ho spalle da poeta, io | che ti credi, e braccia | che sanno il tiro della corda, | ho gambe da poeta | che conoscono il piolo e l’ondeggiare del ponteggio, | ho mani da poeta che | nelle sere d’inverno | ti potrebbero scrivere il dolce odore della calce...”

Un’Opera da due soldi di rara pregnanza e, pure, di vissuta, non superficiale, testimonianza. Quello che ci vuole in questi tristi tempi. Auguri a te e alla nuova collana. Con il solito affetto

Gio Ferri
Recensione
Boulevard. Dente di sega
poesia 
Autori
Francesco Mandrino
Edizione:
Ass. Cult. "Oltre i limiti"
Rignano sull’Arno 2004

pp. 52

Recensione a cura di
Pubblicata su:
Punto di Vista nr.42/2004
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