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Il treno

Il treno sul quale un gran numero di ragazzi, accompagnati dai loro genitori, stanno viaggiando verso una importantissima mèta è fermo in stazione da qualche minuto. Il capotreno che li aveva guidati sino a qualche momento prima li ha lasciati per un convoglio più prestigioso, quello nuovo è appena salito a bordo e ha cominciato a dar ordini di qua e di là e a rivoluzionare tutto. Devono saperlo fin nell’ultimo vagone che adesso è arrivato lui.

Anzi lei, è una donna.

È notte molto tarda, quasi tutti stanno riposando, sostenendosi l’uno con l’altro o con il capo appoggiato alla parete di legno.

Dèn!

L’Operaio comincia a verificare con attenzione, una per una, le ruote.

Ha iniziato dai vagoni di coda, sta venendo avanti lentamente.

Dèn!

Il suono penetra nel silenzio della notte, insolito ed inatteso.

La gente si sveglia, si guarda intorno, qualcuno si alza in piedi, indolenzito per le scomode posizioni a cui è costretto in quegli strapieni scompartimenti.

Gli intorpiditi passeggeri ne approfittano per aprire i riluttanti finestrini e prendere una boccata d’aria. Qualcuno manda un saluto all’Operaio, qualcun altro gli chiede cosa stia facendo.

Lo spiega, col sorriso sulle labbra.

«Lo so che vi procura qualche fastidio, Signori, ma è necessario, soprattutto per il bene dei vostri figli che stanno viaggiando su questo treno...»

I passeggeri capiscono, annuiscono soddisfatti, gli sorridono a loro volta.

Un paio di persone scende per sgranchirsi le gambe, gli si avvicinano, gli offrono una sigaretta.

Accetta volentieri, scambia quattro chiacchiere pur continuando con cura il suo lavoro.

La capotreno arriva di corsa, inferocita.

«Ma dove credete di andare, voi? Chi vi ha dato il permesso di scendere? Su, su, svelti! E tu non perdere tempo, avanti con quelle ruote, tra poco dobbiamo ripartire! E voi raccogliete quella cicca, ma dove credete di essere?»

Lui aiuta a risalire, cercando di non darlo troppo a vedere e infatti nessuno se ne accorge, quelli che fanno più fatica.

Dèn!

È arrivato ai vagoni di testa, dove si trovano le carrozze letto e quelle di prima classe. Ha quasi finito, solo un paio di ruote ancora.

Dèn!

Delle immacolate tendine si scostano, una irata voce femminile chiama la capotreno, che si precipita trafelata.

«Ai suoi comandi, Signora!»

«Ma che fa quel disgraziato? Ma non si rende conto di che ora è? Ma lo sa che ha svegliato il mio bambino?»

Un corpulento omaccione la scosta in malo modo. «È uno scandalo, qui non si può dormire, ve la faccio vedere io, vedrete cosa succederà quando glielo dirò a chi dico io!»

Un altro finestrino si apre, un cestino pieno di cicche, cartacce e fazzoletti usati si abbatte addosso al capotreno.

«Scusi, Signore...»

«Che vuole?»

La capotreno fa un timido cenno col piede.

«Embè? Non pagate apposta qualcuno per pulire? E quei soldi non sono soldi nostri? Faccia smettere tutto ‘sto chiasso, piuttosto! Cos’ha da sbatacchiare tanto, quello lì?»

«Sta...»

«Sta creando dei problemi ai nostri figli, ecco cosa sta facendo! Ne hanno già tanti per conto loro, non siamo saliti su questo treno per fargliene creare anche dai suoi sottoposti!»

La capotreno richiama duramente l’Operaio.

Dén!

«Smettila, ti ho detto! Non vedi che dai fastidio ai Signori Genitori Importanti? Non vedi che svegli i loro poveri piccoli? Che gli crei turbamento, ai figli di questi Signori?»

«Signora capotreno!»

«Smettila, ti ho detto! Vuoi che questi Signori Viaggiatori vadano a dire in giro di non prendere più questo treno?»

«Signornò, Signora, ma...»

«Già il prossimo viaggio mi daranno due vagoni in meno, se poi ti ci metti anche tu... Sono stato chiaro?»

«Signorsì, Signora, ma...»

«E visto che mi hai fatto avere osservazione da questi Signori Genitori Importanti ti sbatto in un altro reparto!»

«Ma, Signora...»

«Ma niente! Lascia in pace questi Signori! Non creare problemi ai loro figli, ci hanno pensato già abbastanza per conto loro! Ma ti rendi conto di quanti diritti pretendono di avere? E di quanto si credono importanti? E dei dispiaceri che possono darmi?»

«Signorsì, Signora, ma...»

«Vi chiedo scusa, Signori Genitori Importanti, questo qui non sa comportarsi come si deve, ma adesso ci sono qua io, venite pure da me quando volete che ve lo sistemo io come volete, ai Vostri comandi Signori!»

L’Operaio, col cuore in gola e le lacrime agli occhi se ne va, lentamente.

Mentre si avvia mestamente verso il nuovo, sconosciuto reparto si volge indietro, rivolgendo un ultimo sguardo alle carrozze più lontane. Come erano care quelle persone!

Ma ha la morte, nel cuore: il suono di quell’ultima ruota.

Perché lui lo ha capito quel suono.

La capostazione no... Era troppo accecata dalla preoccupazione di tenersi amica quella gente, e così lo ha messo a tacere per non creare problemi al vellutato mondo di quei Genitori, montati con i loro figli.

Ma sa che sarà su di lui che getteranno la colpa quando succederà qualcosa, sarà lui che accuseranno di non aver fatto fino in fondo il proprio dovere. Chi glielo ha impedito, invece...

Quelli si salvano sempre.

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