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Mariagrazia Carraroli, o del coraggio di scrivere un piccolo canzoniere d’amore con intensità di sincera passione, di tenerezza, con venature aggraziate di gioco, d’ironia, con un atteggiamento ormai scomparso dalle anime umane: la fedeltà a se stessi, alla verità. Ovvero, ancora, la sincerità, senza artificio, senza polemica o sforzo.

Quello della Carraroli è quindi un incontro franco con il vero, un omaggio leale reso ad esso, la gioia di riscontrare la viva umanità dell’altro, e potrebbe essere uomo o bambino od altra vivente e autentica creatura, cui la vita vissuta e sofferta e gioita non ha tolto, anzi ha potenziato, la capacità di sentire, di condividere, di capire.

Uno dei testi del coraggio mi pare ad esempio Confini, in cui è esemplare anche un altro aspetto del poetare di Carraroli: il suo personale uso della metafora, ricco e mobile. La metafora marina è una vera costante in questa poesia, e con la storia del pescatore che si racconta nella sua lunga vicenda di fatica e di speranza, “Livide acque di salso e di marea | contro il legno gemente”, iniziava il volume “Canto discanto” del 1996. Rivelatore anche il titolo “Parolamare” della raccolta del 1994.

Tornando a “Coniugazioni”, segnaliamo soltanto un altro esempio di questa adesione, di questo concrescere, l’uno nell’altro, del dato e della sua immagine, nella chiusa di Veste nuziale.

Dunque, Mariagrazia Carraroli non solo del coraggio, ma anche della vivente metafora, come d’altronde della contemplazione sempre sorretta, o dettata, dallo stesso dono che è una forte capacità di amare: si veda il balenare dell’immagine del nespolo carico di frutti maturi in 4 giugno 1998. L’osservazione attenta, concreta, è umiltà e identificazione con l’oggetto, ovvero sintesi, e per questa via diventa poesia.

Esiste una purezza di visione delle cose che ci pare, per così dire, evangelica, un vedere prima di avere visto con gli occhi; forse, semplicemente, un vedere d’anima.

In questo libro ci colpisce il bagliore di scaglia lucente dell’indagine della realtà quotidiana, la certezza di fondo che la via di salvezza sia l’affidarsi alle cose: ne è matrice l’anima meditante in libertà e responsabilità.

Recensione
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