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Giuseppe Ungaretti ha scritto: “Trovare una parola significa penetrare nel buio abissale di sé senza turbarne né riuscire a conoscerne il segreto.” La parola risulta così scavata nella vita del poeta, di ogni poeta, in questo caso di Maria Lenti. Come dice Gualtiero De Santi nella prefazione a Versi alfabetici, Maria Lenti ci dona la parola e il pensiero. La sua poesia è dono della poesia e dono di malinconia, è musica fatta con parole e con idee.

Possiamo scrivere con Giudici: “Una poesia non è fatta solo di parole e di nessi sintattici il cui senso è dato dalle cose e persone e situazioni alle quali si riferiscono e che perciò vanno sotto il nome di referenti: ma è fatta anche dei modi in cui suonano all’orecchio, del ritmo che si può cogliere nella lettura.” Perché in poesia tutto è lingua: lessico, suono. Ritmo, rima o non-rima.

La poesia, pertanto, può essere un’approssimativa metafora aritmetica, un prodotto il cui valore varia non soltanto col variare di uno o più fattori, ma anche quando venga variato il loro ordine che è un fattore esso stesso. Così il linguaggio poetico si presenta come una struttura di grande complessità.

Maria Lenti con i suoi Versi alfabetici sa espandersi dall’agenda alla zucca, dal libro al mare, dall’erba alla pietra, ecc. La poesia mantiene un tono di soavità e di dolcezza per la scelta del linguaggio, per la presenza di assonanze ripetute che danno luogo a musicalità. È un testo molto originale, questa ultima raccolta di Maria Lenti, in cui è distesa una conoscenza vera (nel senso poetico) e profonda delle cose. Si respira Urbino, la voce della natura, la poesia del quotidiano; si respira il tempo che passa ma anche lo stesso tempo che ritorna. Per questo nella poesia di Lenti è presente sia il tono malinconico sia lo scatto energetico.

E a volte, o nell’insieme, la poesia si afferma come un giro di compasso, come una geometria alfabetica: sempre la parola sembra tentare il senso della vita e fa sentire che in ogni perdita è già presente un ritorno.

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