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Sul litorale vuoto di Long Island, battuto incessantemente da grandi onde schiumose, un uomo, seduto su una sedia, fissa intensamente il mare. Sul suo volto scendono due lacrime. È Mister Hewitt, un novantenne dalla mano sinistra devastata, custode di un “doloroso segreto” che attende di essere svelato. Accanto a lui il fedele badante, il nero Nathan, pronto ad ascoltare il racconto di quel tragico viaggio, nel lontano millenovecentotrentasette, compiuto a bordo dell’aeronave, il “Pesce d’Argento”.

I ricordi riaffiorano così prepotenti e le immagini diventano reali: quello di Sara, la donna che il destino gli ha fatto incontrare, e quella di suo marito, il perfido Hermann Gruber, avido di potere al punto da vendere la propria anima al diavolo.

La vicenda, ambientata in un’atmosfera improntata al magico – tra esperimenti di alchimia, un libro di abominio, il Donum Dei, e lingue di fuoco che divoreranno l’aeronave – si presenta, infatti, come una trasposizione in chiave moderna, dell’eterna lotta tra il Bene e il Male, l’Odio e l’Amore, la Ragione e la Follia. Essa si snoda in un crescendo di tensione fino al tragico epilogo: il sacrificio di Sara, nell’estremo tentativo di salvare la vita di Hewitt.

Nell’insieme ben congegnato, il libro non è privo, tuttavia, di alcune ovvietà: “L’amore è ben più forte di qualsiasi terrore”, “Ciò che salva è l’amore”, “Le anime hanno la loro evoluzione”, “Nel sonno lo spazio non ha senso e forse nemmeno il tempo”, “L’idea di libertà è solo un’astrazione”.

I suoi punti di forza devono essere, allora, ricercati altrove: nella ricchezza dei richiami intertestuali, che consentono di saggiare a fondo la cultura dell’autore, e nella rappresentazione delle debolezze umane, attraverso personaggi complessi, mai ridotti a pure tipizzazioni.

Recensione
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