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Emozioni di lettura tra Ulisse e il Vecchio Capitano

Veniero Scarselli e la sua poetica esplorazione

Questa non vuole essere (non è) una recensione: ci sono, in proposito, gli addetti ai lavori, nelle dotte vesti dei critici militanti. Volutamente titolo perciò “emozioni” questa mia dedica, dedica appassionata di lettrice neofita, che intende così testimoniare a Veniero Scarselli la stuporosa emozione, appunto, suscitata dalle sue “riflessioni in versi” sull’inquieta, implacata, umana materia, coatta e sofferente negli angusti confini del proprio limite: dannazione e risorsa, perché tensione al riscatto salvifico attraverso l’incessante esplorazione. Anche senza il mestiere dell’esperienza, mi è bastato, in questo percorso di lettura, ascoltare il sentire della mente, in viaggio come e con Ulisse – un Ulisse giovinetto, di candido osare – nei meandri del relitto ove attende, impotente e impigliato nel naufragio, l’anima del Vecchio Capitano, affiocata ed assetata di salvezza: una salvezza solidale di gesti e di parole per prendere il comando della nave incagliata e “rimetterne la prora | ad Oriente, attraversare l’Oceano … incontro all’agognata salvezza”.

“I versi del poeta innamorato non contano”, disse Flaiano, condannando a morte i tanto diffusi reati dell’intimismo, solipsismo, lirismo e tutti gli altri ismi consanguinei e conseguenti: reati che la poetica esplorazione di Veniero Scarselli scaricano come inutile zavorra, tesando le vele agli alisei d’una rotta esistenziale temeraria e indomita al timone della barca. S’appiglia e s’impiglia nella propria verità, il suo Ulisse – Ulisse metastorico, non metafisico, uomo fatto di carne e sangue e di contraddizione, disincagliando nell’occasione di salvezza la prigionia del Vecchio Capitano dal “limbo di dolore” del naufragio: salvezza dell’andare “come un nomade antico col suo gregge” in un luogo ove seppellire il cuore, e “poi via | senza dolore | senza più ricordare”, ma implorando però alla calda, amorosa nicchia d’una mano di non lasciarlo, come un bimbo che cede alla fascinazione imperiosa del bosco e non lo ferma la paura dell’incognito buio. La smania della risposta, quella che tiene ancora acceso “il fioco lume” negli occhi del “teschio venerando” del Capitano morente, è il boomerang della speranza di sopravvivere, epistemiologica coazione che ritorna sempre alla domanda nel “sollievo” di quella speranza, rappresentato dal mortale viaggio in cui la dannazione alla conoscenza si libera dalla “notte del letargo corporale”, combattendo contro la “morsa degli scogli”, “risvegliandosi” ... “con tremendi balzi | di cavallo imbizzarrito” impennandosi “verso il cielo paurosamente” e disperatamente cercando nella lotta l’approdo al mare: il riscatto da “un cieco destino senz’anima” del “candido cigno | guarito dell’antico dolore”, pacificato nell’esaurimento del compito. Troppo facile, scontato, apparentare la mirabile, poetica esplorazione di Veniero Scarselli a Novalis, in particolare il Novalis di Geistliche Lieder... comunque riduttivo e claudicante l’apparentamento, ché davvero questa solida progettaziòne poetica sfugge, anche nell’ardimento d’un travagliato riflettere in lasse che scuotono e sciolgono il canto in epica pietas, ad ogni tentativo di confronto da similitudine.

Veniero Scarselli si conferma in ogni strofa “preso dalla foga della conoscenza” che non gli concede tregua, guidandolo “ciecamente per mano” attraverso la discesa “verso il centro della Terra”, “con fede temeraria | giù per botole anguste e labirinti”, “nelle viscere più nascoste”, fino al cuore del “regno del Silenzio”: il sacello ove “finalmente le immagini | fedeli della Vita oltre la Morte si confondono “in un’estasi indicibile” portando “al luogo d’una luce suprema”, piena “d’Amore e di Grazia”, “come quella dolcissima della Madre”. È in questa lassa del poema, preludio al ritorno, “fra le umili fatiche quotidiane”, “ad un porto terreno”, che l’Ulisse di carne e sangue e di contraddizione travalica la soglia del Mistero nel suo candido, fanciullino osare distillando il veleno dell’iniquità della morte nello stupore della “sua amorosa | inimmaginabile dolcezza”. La naturale, comune “cifra” che distingue l’uomo dagli altri animali nella autocoscienza di quella morte che tutti ci dispera e annienta, in Veniero Scarselli diviene unica e irripetibile keyword, chiave d’accesso e di penetrazione di questo suo mondo e “modus” allegorico/onirico, ferocemente lirico come un affresco di Jeronimus Bosch. Ognuno di noi va verso la propria verità attraverso l’apertura della singola parabola: quella di Veniero Scarselli passa per l’arco d’una inusitata disposizione ad una fisicità abbagliante e straniante, voluttuosamente dolorosa, carnalmente umorale. È onnivora fagìa quella che trae ed attrae il suo canto di tzigano (e Titano) che canta solitario – nella sconsolata e sconsolante tesi di Monod – la sua inutile canzone sotto un cielo di stelle indifferente, è strenua ed estrema coalescenza con la Vita, fusione e contaminazione, dunque, in intima, sensuale commistione di sangue, saliva, sudore, lacrime, paura, tensione e dolore: una celebrazione in un tutt’uno che comprende e trascende la Morte.

In fondo, la forza e la grandezza di Veniero Scarselli è proprio in questa temeraria umiltà di costringersi all’annientamento rifiutando l’inerzia d’ogni approdo. Il riscatto, non la risposta, è nel folle volo dei remi del pensiero che tesa le vele nell’incessante movimento che è già voluttà, mezzo di trasfigurazione e trasfigurante contatto, commemorazione e appropriazione dell’inconoscibile assoluto, cui tende con le bocche d’un sentire spalancato di sensi disponibili. Fu detto “Prendete e mangiatene tutti. Questo è il mio corpo e il mio sangue offerto in sacrificio, per voi”: offertorio offerto in effabile premio e sublime castigo a l’“umanità” dell’uomo. Veniero Scarselli riceve e assimila alla sua “cifra” questo offertorio, sorbendolo nel calice d’una perpetrata, epica, magniloquente dissacrazione, per consacrarlo nell’iniziazione ad un patto nuovo: dove la tensione alla salvezza molla gli ormeggi, dopo tanto travagliato inquisire, in una pietas consapevole e solidale, amorosa e paterna, pacificata infine per tutto quell’“ignaro popolo degli uomini” affranto dal peso e dal silenzio d’acciaio della divinità.

Tratta e attratta dalla procellosa fascinazione di questa poesia, qui non concludo, grata se chi più di me molti ha mezzi e meno limiti, dalla presente, emozionata dedica, saprà trarre materia per più esperte discese nei gironi di questa navigazione ove, naufraga, la colpa d’esistere va alla sua foce “sì come rota ch’igualmente è mossa” da quell’“Amor che move il sole e l’altre stelle”.

Materiale
Veniero Scarselli e la sua poetica esplorazione
saggistica 
Autori
Anna Maria Guidi

Pubblicato su:
Punto di Vista nr.37/2003
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