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Un grande omaggio alla poesia, al dialetto, alla memoria, al vissuto, all’amore. Sono oltremodo chiare le ragioni dominanti della scrittura poetica dell’autrice veronese, in questa seconda raccolta di versi, dedicati al suo compianto Giorgio, a suggello di un’intensa stagione degli affetti, sublimati da una continuità di canto altamente pronunziato.

Ecco, quindi, l’attraversamento del tempo, del vivere, della prova, della sofferenza, dell’assurdo morire, del turbamento per l’impotenza, per la precarietà dell’umana natura, tutto in uno slancio di composto equilibrio e misurato costrutto verbale.

Il valore della raccolta è affidato all’immediatezza e al vigore emozionale del dialetto della Bassa Veronese, dove l’autrice ancora oggi ritrova molte ragioni dei ritmi del cuore. È giusto quindi che il percorso dei versi si snodi in un ritorno ai luoghi della memoria, quasi alla ricerca delle radici dell’anima, con la certezza di poter ancora contemplare il “ciclo del sole”, il gioco mutevole del verde, la quiete e la consolazione dei ricordi. Qui ritrova l’eco di un’intima fedeltà, all’amore, agli slanci, all’intensità dei sentimenti, piegando l’ispirazione lirica alla suggestione di un “dire” naturale, limpido, ricco di rinnovata freschezza. Ed è ancora qui, in questo abbraccio con la sua “piccola patria” – San Pietro di Morubio – che, dopo la lacerazione del disincanto, Lucia ritrova la strada della speranza.

“Come neve de piope” si propone come un diario d’anima, una profonda riflessione sulla provvisorietà del vivere e sull’essenza del pensiero, la cui leggerezza, figurata dai “bioccoli dei pioppi vaganti nell’aria”, assiste l’intero percorso dell’opera che si snoda, con coerenza di tempi, tra i singoli componimenti, volutamente disposti in progressione di riferimento.

La suddivisione dell’insieme nelle tre sezioni rafforza il fervore memoriale e ravviva l’intonazione intimistica del gesto, tenuto sempre al di fuori di tormentate esasperazioni espressive. Il ritmo del verso, ora breve e verticalizzato, ora diluito all’interno di una rigorosa forma metrica, è pacatamente pulsivo, vitale e armonioso, spesso aderente al moto naturale delle cose, colloquiale e persuasivo, carico di musicalità e di coesione emotiva.

Il linguaggio, immediato e dinamico, mantiene l’adesione al reale, privilegia il colloquio con il ricordo, con la cognizione del dolore e della nostalgia, rispetta il ruolo materno della natura e rassicura la necessità del trascendente.

Così, con la dignità e la sonorità del dialetto, Lucia Beltrame ha saputo intonare un canto d’anima, soffuso tra le 57 composizioni, individuabile tra le pulsioni non indulgenti a conformismo alcuno, semmai riflesso nel fruscio dei desideri.

Pregio indiscusso dell’opera, quindi, la trasformazione di una dolorosa esperienza in meditata grammatica di vita. Per sé e per gli altri.

 
Recensione
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