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La materia del canzoniere, come ben sappiamo, è preminentemente amorosa ed il modello petrarchesco ne è stato il codice supremo. I temi – e pensiamo al Boiardo – sono la bellezza della primavera, la malinconia di sentirsi da essa respinti, la serenità alla quale l’anima aspira nel ritorno a Dio come eterna primavera. Cecco Angiolieri scompose le carte con la sua terna gaudente: gioco, donne, osteria, attentando alla tendenza stilnovistica e Lorenzo de’ Medici, pur rispettando la tipologia del canzoniere, vi mise una nota goliardica di canzone a ballo.

Giorgio Bárberi Squarotti con Le vane nevi compie un’operazione di sradicamento. Ernesto Guidorizzi fa al libro, come è giusto, una prefazione a carattere comunicativo e universale, in ragione dei sentimenti umani quali l’amore, il rimpianto della bellezza, la malinconia della vecchiaia. Guidorizzi convoca il “Faust” di Goethe, scrivendo che anche per Bárberi “lo spettacolo più alto” è quello “delle fanciulle splendenti nella nudità, esposta al sole.” E la mente del lettore, prima di leggere, subito ha davanti i rosei e carnali nudi di Renoir, per accorgersi che quelli di Bárberi sono profondamente diversi come è diversa la luce che li irradia. Infatti si tratta di un’orgia metafisica. Lo stesso codice del Canzoniere viene riveduto, se pure per qualche apparenza, se ne tenga conto.

Vi è il tripudio della primavera in una solarità ambigua, infatti il poeta subito avverte: “Luce, soltanto luce, allora, e indifferenti | sole e tenebra...” (La luce, p. 113); e, rispetto alle continue visioni di donne discinte o poco meno, così commenta: “Oh quanto meglio se è artificio astratto, | non forma, dunque, non immagine o figura...” (idem). L’artificio viene esaltato rispetto a forme e figure, contestando il suo puntiglioso annotare le date, dislocate rispetto al testo e ascrivibile alla temporalità della scrittura, fino a scandire un finto diario. Ad ultimo vi è l’anelito di un ritorno a Dio (non ostante l’irritata pazienza di Giobbe), a Dio che è Bellezza suprema e altro codice di canzoniere, per la verità canzonante attraverso le vane nevi.

“Le animate nevi d’anima” chiariscono nel doppio del qualificativo (animate) e di appartenenza (d’anima) il valore da dare al “candido corpo”. È la più alta poesia d’amore che abbia mai letto: sperare per l’anima propria e per quella di chi si ama il superamento del dolore (“ferita di colore e sangue...”), già passato attraverso il processo dell’arte per essere attutito, ed infine nel dono della Fede eternato come gioia che dura oltre l’arte stessa. Ora mi domando se sia lecito chiedersi se queste poesie di Bárberi Squarotti, ove compaiono fitti i nudi femminili e ciascuno ovviamente ha i suoi attributi (con particolare rilievo alle “mammelle”) e l’occhio si sofferma sugli ombelichi, sulle cosce, fino all’esplosione del centro vitale, nominato, ‘tout court’ “fica”, formino un canzoniere...

Non è invece coi suoi ‘exempla’ un anticanzoniere? Il che non chiama certo in causa l’antipoesia ...a tutti nota.

Bárberi nella varietà del suo catalogare le forme femminili della vita, indipendentemente da nomi puramente casuali, non è però ascrivibile all’arietta: “Madamina, il catalogo è questo...” di Mozart, per quanto si potrebbe dire dall’intera opera, sorridendo: “in Italia 640, 100 in Francia, in Turchia 91...”

La lettura di ogni testo può essere fatta a due livelli: quello comunicativo della visione che, apparentemente sembra centrale, e dell’ambiente inventato in cui appare, dislocato dai luoghi stessi (si legga: Via Duchessa Iolanda, p. 54, una poesia scritta a Parigi, il 21 gennaio del 2001 dove si dice di un “astratto mattino, fuori d’ogni | stagione...”). Conta allora più che la forma (“non più è la pura forma...”), la visione proposta, il centro apparente del corpo che si scioglie nelle vane nevi, anche se La moltiplicazione (p. 134) delle illusioni, “degli dei della storia” vengono cancellate come “la mela acida” del mito classico di Paride alla più bella che non premia la sapienza e quella del mito cristiano data da Eva ad Adamo.

L’ossessione del nudo di testo in testo, qui evidentissima (L’osteria della Posta, p. 65), altro non è che metafora del nostro tempo dove così evidenti sono le vane nevi, i bei corpi nudi da obitorio perfetto e asettico, in quanto recitano la morte attraverso il fulgore della vita.

Ma allora il tema più autentico di questo anticanzoniere è “la primavera eterna...”, “...nella pace | alla fine...” (Armida, pp. 155- 156) che si configura con “...le rotonde | natiche, pudicamente girate | verso il gioco d’ombre e sole, ma il viso | luminoso e felice...”. Vi è in questa pièce una gentile parodia della canzone petrarchesca, ma la donna non una qualsiasi Laura: è “Armida, sebbene è il nome incerto...”, sta “:..appoggiata | nuda al seggio di molli erbe...” sotto “un cielo d’aprile”. È l’unica figura di consolazione nello strazio del poeta la Poesia per cui esclama: “Oh maga non probabile | più probabile d’amore e di rime.” Bellissimi versi che si distaccano da ogni canzoniere, nell’invenzione di una struttura formale unica nel secondo novecento e di diritto chiamata ad aprire il terzo millennio, nella consapevolezza che la storia del secondo novecento è in buona parte da riscrivere.

Recensione
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