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Mario Luzi apre al nuovo Millennio

A epigrafe del Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini di Mario Luzi, trovi, Lettore, questa citazione dalle “Confessioni” di Agostino: “Ascolta tu pure: è il Verbo stesso che ti grida dentro.” Tutto rinasce nel “rede in te ipsum”, perché la verità sta nell’ “Homo interior” e la Creatura costruisce la propria anima, forse anche il suo paradiso.

Nel deserto si spalanca l’oasi di tutti i viaggi, quell’oasi, alimentata dall’anima che cresce e tutte le voci della natura si fanno Verbo e le respiri con la vita, attecchisce nella poesia che è dono come la Grazia. Fuori da ogni ironia letteraria, torna così a proporsi l’ispirazione (verba-Verbum), ancora più forte, profetica come nel caso di Mario Luzi che resta indietro “l’angosciante questione – se sia a freddo o a caldo l’ispirazione…” (Montale), avendo Egli il senso dell’orientamento nel volo ad altezze vertiginose. Né l’ispirazione è identificabile con la selezione dal “giacimento ipnosi”, reperito da Zanzotto, sebbene si avvicini all’ipotesi mitica dell’ispirazione stessa, mentre Montale, scientificamente, se ne allontana, tramite il dubbio, l’ironia, minimizzandola in un accostamento oggettuale, ironico, paradossalmente negativo. Il disorientamento esprime la paura dell’ignoto che le parole per Montale sono definite “importune”, ma si allontanano dallo scandalo poetico ed evangelico che in Luzi si fonde con la Fede ossia fonde i verba nel Verbum, più vicino allora al biblico “roveto ardente” che al “girarrosto”, in un intento diverso da quello montaliano di mimetizzazione dell’ispirazione stessa che finisce per mettere d’accordo anche gli scettici. Zanzotto ammette invece che Apollo “si permette molto” ed il “balbettio” del poeta di Pieve di Soligo ne è testimonianza allarmata in un rimpianto dell’ipotesi mitica e vorrei dire sacra.

Luzi sfiora il sacro e chiude il secolo con un’opera immortale, nei tempi dell’uomo, avvicinandosi ad una sua idea di paradiso, per esserne ricacciato in una versione rinnovata del dantesco “e caddi come corpo morto cade”, sopraffatto dalla “luminosa insidia” che, cedendo, rivela il “mai vinto sorriso”. Ci vogliono secoli di preparazione a che l’oasi appaia visione o miraggio, non importa, dal momento che divengono realtà per chi le guarda. Il silenzio è la voce potente della poesia luziana, la voce del colore che estasiò Simone Martini e l’oro è simbolo del confine materiale della luce ineffabile.

Riconosco in Luzi il depositario de “le chiavi del festino” rimbaldiane e Arthur lo commenta: “La musica sapiente non viene meno al nostro desiderio” e si avvera il voto: “Qu’il n’y ait ici-bas qu’un vieillard seul, calme et beau, entouré d’un ‘luxe inoui’…” Il dio terrestre sarà sepolto “tout droit…” (Illuminations) E lusso inaudito sono proprio i meravigliosi dipinti di Simone Martini.

In un mio testo, antecedente al viaggio, io avevo immaginato Arthur Rimbaud (ne “La ragazza di Arthur”) a rimirare l’Annunciazione con un grido di possesso: “È mia questa fanciulla che nessuno india, non darà frutto ormai che di poesia”. Nella riottosità della creatura verginale Arthur aveva struggentemente contemplato la poesia, riluttante alla vita.

Nel quadro di Simone e nel testo luziano il sacro, manifestandosi, infonde paura e Maria (“…viso, il tuo, che prende – da ogni viso – umano, donna…”) appare come nel mio “episodio” “…riottosa e di se stessa… – impaurita dall’enorme angelo” e nella sequenza luziana a possederla è “un occhio liquido-rotante”  che “le cerca il grembo…” (Dormitio Virginis) “la martoriata vulva della sua innocenza”. Splendido l’aggettivo “martoriata” che allude al dolore del calvario e alla pena di tutte le donne.

In Maria s’impaurisce l’anima ed il panico allora si fa più intenso all’apparire dell’occhio misterioso, si accompagna al “brivido” per “l’occhio liquido rotante”, anche se visto nel riflesso del sogno. Siamo nella sfera dello stupore e del timore che il viso allibito, innocente della Maria di Simone, rivela, stringendosi nelle brevi spalle. Oseremmo dire che la Vergine è allibita proprio nel senso che al termine dà Lutero, traducendo Marco e che non è davvero semplice meraviglia.

“Il lusso inaudito” è la pittura nei secoli, l’oro dei colori, la festa delle immagini, il volteggiare degli angeli, in una parola è la Poesia che si avvale della musica e di ogni arte, fecondandola. Così “la ragazza di Arthur” ha potuto dire davvero l’emistichio prezioso e vivente: “Et je suis à vos genoux”, ai ginocchi di Maria-Simone, mentre egli apponeva “il biglietto di cortesia” dentro il Viaggio…, schiudendo altre pagine – prima ignote – tra le sue, parole cadute dall’alto e già l’aria faceva eco ai versi, scritti prima dell’evento straordinario: “Chiara – di luce azzurra – circea – quell’ultima vacanza… – ne spiccia, – ne deliba – la troppo – incandescente ilarità. O grazia!”

Ricomparivano gli angeli!

La contempl -attività del poeta che ha creato, del poeta che legge, si rivelava in tutto il suo dinamismo, essendo “stasi” solo “la morte dell’immagine, – a picco, in sé medesima”. (“Infrapensieri la notte”) Luzi lo esprime assolutamente: “…a piombo caduta la visione, – decomposta in brani, esalta l’insolazione.” E Arthur Rimbaud commenta, contemporaneo al concetto di presente luziano: “la vision s’est recontrée à tous les airs.”

I poeti scrivono in una “impercettibile scrittura”, “per luci”, e si annunciano ed anche “La ragazza di Arthur” allude alla loro contemporaneità, se un suo testo, per sublime errore di un tipografo, la fa contemporanea di Rimbaud e Rimbaud lo è di Luzi come del resto Simone Martini.

Questa è “la vertiginosa danza” di Yeats!

Cambiano le poetiche, i discorsi dei critici alla moda e nel cambiare muoiono, perché sfuggono a quel perfetto dinamismo per cui la vertiginosa danza appare ferma.

Materiale
Mario Luzi apre al nuvo Millennio
saggistica 
Autori
Maria Grazia Lenisa

Pubblicato su:
Punto di Vista nr.31/2002
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