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Tarocchi tutti di oggi,
pungenti, gli arcani di Giancarlo Cecchini. Non sono poi tanto carte da
gioco, ma carte giocate per ammonire ed esortare dentro il costume ed il vivere
contemporaneo (o di ieri, come specchio di odierne posture che suscitano
rimpianto di autenticità o sorriso per le imposizioni e le necessità di essere
in una determinata maniera, come ne “La donna”).
Giancarlo Cecchini si è
ricordato, per età e per sensibilità, con il sorriso di chi ha introiettato un
breve divertimento, le novità cantate fino agli anni Cinquanta da moderni
menestrelli nelle fiere, nelle saghe, nelle feste lungo l’arco dell’anno? Si è
ricordato delle canzoni popolari che hanno un loro antecedente nella lontana
Baronessa di Carini? Chissà. Le sue poesie hanno una intonazione
particolare: dietro i versi sembra che vi siano le note delle canzoni diffuse e
ascoltate proprio nei luoghi e spazi in cui un imbonitore leggeva i tarocchi,
fingendo serietà a chi fingeva di credere ai responsi o li spalmava sopra ansie
e difficoltà, sopra il cuore per tacitare questo e quelle. Erano testi
rigorosamente in rima, che raccontavano tragedie, fatti di cronaca, ritorni
improvvisi di emigranti, vicende di lavoratori sfruttati, di desideri inauditi,
ecc.
L’invenzione poetica di
Cecchini va, con la naturalità versificatoria già riscontrata ed
analizzata da Gualtiero De Santi nel libro d’esordio (Giardino d’inverno)
e nella dimensione di un poeta forse colpito e spinto anche lui come altri dal
fascino e dall’atmosfera di Urbino, nelle pieghe non del dramma rivissuto in
forme così dette popolari (nel senso già descritto), ma in quelle ben più
drammatiche – con il movimento di una scrittura che quelle pieghe incide di
umori agrodolci e di riscontri etici – di un oggi in cui imbonitori di altra
tempra e spessore (quanto a potere), di altra finalità, di altra finzione e
credenzialità arrancano e attraccano, si piazzano e cantano impudichi: re e
regine, fanti, cavalieri e bagatti e il carro (l’automobile) che se ne va
spavaldo come Fetonte e finisce bruciato.
Ma gli arcani diventano
e sono anche l’infanzia che torna alla memoria, il mondo che non si snoda (ma si
vorrebbe) sul proprio desiderio, il sole e la luna che coprono e scoprono i
giorni, la storia con le sue anomalie (come la Regina di maggio che ha tentato
la sua strada per salvare monarchia e Savoia dal fascismo), il passato che
dovrebbe avere insegnato l’agire e lo stare su questa terra, la casa da
difendere, la casa da recuperare – come la solidarietà, l’amicizia, l’amore.
Ce la faremo?, si chiede il
poeta laicamente eppure con una sua religiosità dalle radici profonde. Vorremmo
farcela, dovremmo farcela. Anche se “...Torniamo ancora e ancora ripetiamo | di
nuovo a tutti di non dimenticare. | Ma quel disagio, della sofferenza, | che nel
dolore avverto dentro l’anima, | è forse, in fondo, come una sfiducia.” (“La
casa’).
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Recensione |
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Arcani
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poesia
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| Autori |
| • | Giancarlo Cecchini |
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Edizione:
Quattroventi
Urbino 2004 |
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| pp. 64 |
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| Recensione a cura di |
| • | |
Pubblicata su:
Punto di Vista nr.42/2004
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