|
| |
Dopo tanta produzione
letteraria e filmica sul tema della Resistenza e dell’Olocausto ebraico, ancora
il romanzo di Emanuele Giudice, Il poeta e il diavolo, si apre su questo
problematico e fosco versante storico, con un denso viaggio retrospettivo nella
vita del ghetto di Varsavia; ma l’Autore ha davanti a sé, viva e tangibile,
un’altra ambientazione di più attuali orrori, quella di Saraievo in cui si è
consumato, proprio sotto il suo e nostro sguardo, un nuovo eccidio. Così la
narrazione si raddoppia e, in modo speculare, un evento richiama l’altro, quasi
inevitabilmente. Sicuramente nell’ideazione del romanzo il trauma presente ha
offerto lo spunto per la rivisitazione del paradigmatico passato, e proprio la
rispondenza dei due momenti ha fatto scaturire una problematica antica e
radicata nella coscienza dell’uomo, sempre più portata a dilemmatica
consapevolezza, ancorché di difficile soluzione: il problema del male nella
storia. Le due vicende parallele si legano nella saga di una famiglia, seguita
per tre generazioni nell’ampio scenario della storia europea e in un arco
temporale che trasborda dai limiti, fino a protendersi in un ipotetico anno
2018.
Per presentare il suo trauma
di uomo nel mondo contemporaneo, connesso al tormentoso tema morale, Giudice
poteva scegliere varie modalità di trattazione, dall’articolo documentario su
materia ancora attuale e scottante, al trattato in cui sistemare e concludere la
riflessione, all’espressione letteraria con le sue potenzialità rappresentative.
La scelta letteraria del romanzo risulta significativa nella costruzione del
testo, perché apre un ventaglio di diritti ed opportunità da far valere; ai
limiti di un discorso logico consequenziale, basato su informazioni ed assunti,
lo spazio letterario contrappone una fluidità e libertà di rappresentazione non
permesse agli altri linguaggi, in stretta analogia solo con l’universo teologico
religioso. Il Narratore, adottando un genere espressivo di finzione, segnala una
resa sul campo del pensiero razionale per sconfinare nelle dimensioni simboliche
profonde dell’interiorità, avviando il lettore lungo un percorso di
interrogativi urgenti ma sospesi, laceranti e sempre incompiuti. Solo
l’intreccio polisemico dell’espressione poetica letteraria poteva recepire un
tema così arcano, quello del male, sfuggente alle prerogative e ai rimedi di
qualunque scienza, come altri temi destinali che fanno da protagonisti assoluti
nel regno terrestre.
Emanuele Giudice si pone
all’ombra di tutta una letteratura esemplare, come quella russa ed ebraica,
nella trattazione della ricorrente parabola umana. La discussione religiosa dei
personaggi nel claustrofobico rifugio di Varsavia attinge materia sia all’anima
moderna, di cui Dostoevskij schiude il profondo sottosuolo, sia alla
paradigmatica vicenda ebraico-biblica, legata alle prove di Giobbe, ma anche
alla gioia del Cantico, all’angoscia del silenzio di Dio e all’indubbio amore
dello Sposo per la Sposa. La soluzione del dibattito a tre, e soprattutto a due,
tra i personaggi ospiti del rifugio è di stampo poetico-romantico, cioè il
riconoscimento delle potenzialità salvifiche della poesia, come alternativa ai
condizionamenti storici e Verbo divino che solo può portare luce nel silenzio
della ragione.
Giudice, nella sua manifesta
competenza letteraria, ripercorre vari moduli narrativi, da quello tradizionale
di formazione a quello più problematico ed inquietante di marca russa. Egli
guida l’eroe della vicenda attraverso esperienze paradossali fino allo
sprofondamento nel regno del delirio e del Male, e lo fa riemergere dalle prove
con forme varie di superamento, che indicano una più matura accettazione dei
casi della vita e aprono, perfino, preludi di lusinghevole idillio. Ma si nota
come il modulo più rassicurante della narrativa tradizionale confluisca nel filo
di una problematicità senza conclusione e luci definitive. Infatti lo Spirito
Malefico alterna occultamenti ed apparizioni ed ha l’ultima parola nel romanzo,
quasi ad indicare una fatale legge di eterno ritorno. Giudice concorda con i
suoi autori privilegiati nel pensare che l’anima moderna, dischiusa dai grandi
rivolgimenti della storia, non può anelare a conquiste piene e perenni, ma deve
trovare una sua ragion d’essere nei grovigli della coscienza. Tutt’al più l’eroe
contemporaneo può accogliere, accanto al disorientamento delle dolorose verità,
il ricorso benefico ed insopprimibile dell’illusione, in primo luogo l’azione
ispiratrice e straniante delle poesia. Proprio nel momento abissale di catabasi
nel rifugio del ghetto, David è capace di aprire il mondo della sua prigione con
il canto poetico e sognare grilli dalle ali d’oro e gabbiani in volo. Accade a
lui quello che accade al prigioniero del “Sogno Montaliano”, non per nulla
sgorgato da un’analoga atmosfera di incubo e pensieri di sterminio. In un mondo
di difficili speranze, che è anche il nostro attuale come l’Autore sembra
accennare, rimane valida la soluzione poetica, che viene ben riassunta dal
critico-filosofo Severino a proposito di Leopardi, come unione di verità ed
illusione.
Certamente la prima sezione
del libro risulta la più interessante ed emotivamente coinvolgente, e ad essa
pertengono i caratteri del romanzo, come spazio letterario realizzato; le
sezioni successive appaiono dei prolungamenti di rinforzo in cui ci si cala in
una più spicciola materia all’insegna dell’attualità informativa. Qui il lettore
trova riferimenti ben noti, che vanno dal campo tecnico a quello di una
desublimata religiosità del volontariato e dell’accoglienza, meno compatibili
con il ritmo dell’immaginazione creativa
| |
 |
Recensione |
|
Il poeta e il diavolo
|
|
narrativa
|
|
| Autori |
| • | Emanuele Giudice |
|
Edizione:
Bastogi Editrice Italiana
Foggia 2003 |
|
| pp. 192 |
| prezzo: € 11,00 |
|
| Recensione a cura di |
| • | |
Pubblicata su:
Punto di Vista nr.39/2004
|
| |
|
|