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Questo libro ha un innegabile pregio: quello di indagare a fondo sul fenomeno, diffusissimo, della depressione. Già il titolo Fame d’aria è un riferimento palese a uno dei sintomi più angoscianti che accompagnano gli attacchi di panico, cioè la difficoltà respiratoria. Un uomo travolto da una tragedia famigliare, la straziante perdita di un figlio bambino, non trova nessuno accanto o, se c’è, non lo vede. La moglie molto amata lo tradisce, il lavoro non lo appaga, gli amici si allontanano, un occasionale amico di vacanza con il quale inizia a confessarsi lo molesta. E così i suoi attacchi di panico, accompagnati da visioni inquietanti che sconfinano nella schizofrenia, lo portano gradatamente a un gesto irreparabile. Ma oltre la vita c’è il superamento e, con esso, la quiete. Il romanzo affronta una tematica contemporanea di grande urgenza sociale: la solitudine dei nostri tempi. Nel momento del bisogno si crea il vuoto attorno a chi soffre, nessuna mano si tende (se non, appunto, per molestie sessuali), nessun affetto resiste. In un mondo che ha attutito la crudeltà più apparente, tanto palese nei secoli passati, si srotola come un serpente un altro tipo di crudeltà ben più insidiosa perché sottile e nascosta, che emargina chi, per scelta o per caso, esce dalla mischia.

Tuttavia, accanto a questi indubbi pregi di contenuto, il romanzo contiene parecchi difetti di forma, quasi che una cultura post-romantica – anch’essa sempre strisciante, come la depressione – porti molti autori d’oggi a privilegiare quel che si dice, trascurando il come lo si dice. Questo è uno dei tanti esempi del fenomeno, tra i troppi che affollano il panorama letterario. Ma è un esempio indicativo. Dall’uso disinvolto dei generi e dei numeri (femminile e maschile, singolare e plurale), agli accenti scombiccherati, fino all’uso improprio delle parole di cui si ignora il vero significato, per non parlare delle ricostruzioni storiche zoppicanti e delle osservazioni architettoniche e naturalistiche palesemente errate, è tutto un campo di battaglia con morti e feriti. Peccato, perché la storia è buona, ben svolta e di grande attualità. Ma purtroppo, e anche questa è una prova della nequitia temporum, sembra che le case editrici non pratichino più l’editing, ritenuto da molti evidentemente superfluo, come la conoscenza dell’ italiano. Insomma, se gli autori scrivono male, gli editori non correggono. Come si può pensare di salvare qualcosa in questa povera letteratura italiana?

Recensione
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