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Il poemetto di Walter Nesti “Calu perduta” è suddiviso in 5 canti ( L’addio, Il ritorno al deserto, Sogno e delirio, La vita nomade, Il tempo degli assassini) per un totale di 50 componimenti, 10 per ogni canto, ognuno composto da 10 versi, in prevalenza endecasillabi.

Si possono rinvenire in questa singolare opera, le fasi susseguenti alla perdita della donna amata – Calu, appunto – : al distacco, seguono la caduta, quindi la visione, poi l’esilio (o vagabondaggio) nel deserto dei sensi e dell’anima e, infine, lo sprofondamento nel vuoto, nel nulla, dovuto alla consapevolezza della totale privazione di Calu.

Non a caso ho parlato di opera singolare, non tanto per la sua simmetria strutturale e l’esemplare compenetrazione di forma e sostanza, di razionalità e sensibilità,, tessute di timore e tremore, sorrette da una fluente, scrupolosa versificazione in cui s’intuisce un lungo e accurato labor limae, quanto per la capacità di riuscire a sedurre sin dai primi versi il lettore anche con accezioni apoetiche, senza che ciò infici la liricità del poema, e per l’ardire di inaspettate metafore e di scarti poetici, dove la perizia tecnica emerge in tutta la sua pienezza.

Già l’exergo di Giovanni della Croce dovrebbe far dubitare che il tutto si risolva in una sia pur intensa, drammatica, perduta storia d’amor profano; scorrendo il testo mi sono imbattuto in versi come “(…) Calu abbandonata in cima al colle”, “tronava in alto voce di rampogna”, “impediva l’arrivo a quella vetta | respingeva nei miasmi della valle”, e ancora: “Ma il piede era voltato verso il basso | l’occhio fisso alla rosa di Gerico | come un richiamo della grande vetta”, “Vivrai lontano dalla guglia rosata”.

Al di là delle analogie soprattutto con gli eventi introduttivi della commedia dantesca, venni a conoscenza che Calu è una divinità etrusca e rappresenta fisicamente una donna; nello stesso tempo è una città posta sulla cima del monte che fa corpo unico con la stessa divinità.

Così l’allegoria mi fu chiara: Calu non rappresenta soltanto una donna, con il conseguente tormento, l’angoscia, la solitudine nel deserto dei sensi implacati per un amore giunto alla fine, ma la progressiva perdita dell’Essere divino o, se si vuole, della fede, con la caduta nella disperazione, nei dirupi dell’anima oramai sola e desolata, per cui l’io narrante diventa un “pellegrino del vuoto” che frequenta luoghi dove alita “l’odore della morte”, un emigrante sperduto nel suo “andare folle verso il nulla”.

Se questa chiave interpretativa corrisponde agli intenti dell’autore, è opportuno soffermarsi su alcuni aspetti che ritengo di rilevante importanza: in primis si deduce che vi è una inscindibile correlazione tra le res e la divinitas con la quale formano un corpus unicum: Dio, in questo caso, non si manifesta dal di fuori ma, oltre ad essere nel mondo calandosi panteisticamente nei diversi componenti della realtà terrena, assume altresì in se stesso, in maniera onnicomprensiva, tutto ciò che esiste.

Poiché nel poema Nesti indulge spesso ad accezioni ed espressioni quali “amplesso”, “il corpo nel suo espandersi”…, anche la fisicità assume contorni assoluti per quanto è stato espresso in precedenza: poiché Dio rappresenta il “supremo amplesso” a cui tende il credente, se questi si allontana dall’amoroso congiungimento terreno, che è insito nella mens divina, si determina, al tempo stesso, la perdita della salvezza (corporale e spirituale) rappresentata dal colle luminoso e salvifico e quindi della stessa Entità celeste.

Avviene così che la substantia del poema “Calu perduta” consiste anzitutto in un inno all’Amore nella sua interezza, primigenio valore universale e forza centrifuga “che tutto move”, che trova la sua vera e giusta collocazione nella divinità, dalla quale è perennemente purificato e sublimato.

Non c’è da sorprendersi di ciò: del sacro libro della Bibbia, non fa parte anche “Il Cantico dei Cantici”, espressione liricamente profana di due sposi che si scambiano appassionate frasi d’amore?

Il canto finale (Il tempo degli assassini) schiude squarci e interrogativi inquietanti. La strofa iniziale del primo componimento così recita: “Mi sorprese il grido del fanciullo | il roco agitarsi dell’eco | sulle rocce cosparse del sangue | di un agnello che cercava vendetta | al lugubre lamento del lupo”, e oltre: “Allontana ogni illusione | figlio che mangi il padre | il delitto si compie nel momento | dolce dell'abbandono”. Questa efferata e nello stesso tempo mite ossimoricità si rinviene anche altrove come ne “la delicatezza dell'agguato” e “(…) la tua carne | si fa dolce al contatto delle mani | temprate nel sangue del fanciullo”.

Dunque qui, diversamente dal resto del poema, la storia personale s’intreccia con quella collettiva, amara e crudele: “(...) il millennio chiudeva nel sangue | dei dissepolti sterili canti | di libertà che non aveva amore”.

Viene da chiedersi, dato che la perdita dei valori umani, etici e religiosi, dissipa la libertà e l’amore, come sia possibile salvarci dagli innumerevoli scempi compiuti dal genere umano.

Forse Nesti ci suggerirà il modo nel prossimo volume annunciato che si intitolerà “Calu ritrovata”.

Ma l’aspetto che interessa maggiormente colui che sta stendendo queste note, sarà il percorso compiuto dall’autore per ritrovare Calu e la divinità. Sforzo precipuo dell’uomo, scrisse Bonaventura da Bagnoregio, deve essere, nella pienezza della conoscenza, il ritorno a Dio, che si raggiunge dopo un lungo e articolato cammino sensoriale e spirituale. Evento che penso potrà verificarsi solo se Nesti, per la riconquista di Calu, riuscirà poeticamente a trasformare, in un percorso a rebours, l’ ”ora ardente d’un orgasmo muto” in un’appagante estasi spirituale.

Recensione
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