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L’editore Gabrieli, in questa nuova collana letteraria, aperta agli scrittori italiani, dà l’avvio ad un approccio poetico di tipo bifronte, nell’intento dichiarato, non del tutto nuovo, tuttavia, di far conoscere all’autore stesso titolare del testo, ed ai suoi lettori, “altri volti di poeti ...con i quali forse compararsi e, probabilmente, riconoscersi superiore.” Sicché, ci troviamo a riscontro delle liriche dell’Orlandini e di quelle, successive, di Ivano Grandi, quasi “a specchio”, per mutuare in parte il titolo di copertina, in un contrappunto elegiaco di tematiche convergenti che, può darsi appaiano, a volte, di completamento l’una rispetto all’altra.

L’Orlandini, in queste pagine, risponde alla poetica del sentimento che trova nell’idealizzazione del paesaggio naturale in cui l’esperienza vitale trascorre spaziando nei colori della bellezza, della grazia, nel clima dell’accoglienza lirica che si fa sempre più gradevole e profonda, anche se velata di leggera malinconia, la sua migliore ispirazione.

L’azzurro dei cieli, dove il vissuto aderisce fortemente alla temperatura del sogno e dell’immaginazione, la luce che circonfonde le cose e le sublima, la brezza marina che incalza dolcemente l’onda sullo scoglio, coi cirri di spuma festosa, il moto delle barche che prendono il largo, trovano posto nei paesaggi smaltati e vibranti di quell’atmosfera carica d’incanti che sconfina nella vaghezza delle illusioni giovanili, nell’ardore dell’esperienza conquistata.

Qui anche la partenza rifugge dall’addio e l’animo si aggrappa: “All’orizzonte ch’é tutto un barbaglio, | ferme all’ascolto di sirene oziose, | arance o bianche bruciano le vele, | quando l’ala non viene ad invitarle, | decisa, delle brezze avventurose.” (p. 15).

Sentimento, dunque, alimentato da un tipo di simbolismo che vive in queste pagine la sua più fortunata estensione, e che lascia spazio felicemente alle forme gioiose dell’impressionismo, in cui l’io soggettivo si dilata e, spesso, si disperde dolorosamente, diviso nei colori, movimenti, attese ed impeti che trovano, come spesso accade, nell’innovazione pittorica, l’audacia di aprire alle fantasie ricche di suggestioni e di fascino.

Si tratta di una libera adesione espressiva che pur sempre, in variazioni individuali, nella spontanea cadenza del lessico, risponde all’esigenza spirituale del poeta e che non rifugge dalla riflessione ponderata in cui trova luogo la solitudine e il ricordo dei sogni lontani: “Di speranze tentai tenaci approdi | sulle sponde malcerte della vita; | ma cedevano all’urto del dolore. || E poi si adagiò una strana calma...” (p. 18).

Recensione
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