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Sostenuto dalla presentazione di Enrico Nistri e dalla prefazione di Alessandro Resti, questo "Donne in fuga", evidenziato dal Primo Premio Internazionale Versilia 2003, appare con le carte in regola sul fronte della nostra narrativa. Giornalista e saggista il primo, medico specializzato in psichiatria, socio della Società Italiana di Psicologia e Psicoterapia Relazionale il secondo, rappresentano nei loro interventi professionali, la spia di un’ottica particolare che l’autrice intende valorizzare, una chiave interpretativa nella quale ella stessa chiaramente si pone senza titubanza onde evitare, a vantaggio anche del lettore, interrogativi di sponda, impressioni sbandate.

Pertanto, le "donne in fuga" di questo libro sarebbero le rappresentanti più infelici ed emarginate della categoria femminile, anche se non mancano, tra i protagonisti, elementi maschili, può darsi, quelle che sembrano avvertire l’urgente assoluto bisogno, pena la morte, di fuggire da se stesse, per approdare ad una dimensione che guarda ai confini di un tremendo "oltreumano", attraversa l’attrazione di una natura-paradiso terrestre indifferente al danno di chi vive – fino a toccare l’annichilimento della ragione e dei sensi/sentimenti, realizzando nella propria persona la metamorfosi fatale che le trasformi, inconsapevolmente, forse, nella maschera mortuaria a cui tendono.

I livelli di interpretazione di un assunto del genere che l’autrice, di pagina in pagina, sviluppa in cinque capitoli, che attengono a storie di "terra e di cielo", di "follia", di "desiderio", di "strada e di azzurro", fino ad un brano "trapunto di nero", specie riguardanti le donne, in effetti, potrebbero correre il rischio di diversificarsi in molteplici sfumature se, appunto, non fosse stata data al lettore la freccia indicativa della direzione da seguire. La quale, naturalmente, e di per sé tutta discutibile, essendo il lettore avvertito l’unico a doverla riconoscere ed a deciderla. Seguendo il testo in parola, e chiaro che la Degl’Innocenti recupera, qui, la dimensione fantastica della realtà, un mondo asfittico e tragicamente deluso, in un diagramma vitale che appare sfrangiato e, tuttavia, non del tutto inconsistente.

E carica il suo discorso sul limite indecifrabile che resiste tra la realtà quale ci appare ed il suo contrario, l’essere ed il non essere. E si parte di qui per costruire uno dei tanti affascinanti e tuttavia paurosi castelli di cui trattano da sempre anche i romanzi rosa, senza escludere i buoni fumetti d’attualità.

Dà inizio al suo lavoro aprendo, quasi in antefatto, ad un personaggio femminile, una giovane donna che appare sulla scena, laddove la fantasticheria romantica che nasce chiaramente da una sensibilità morbosa, se non malata e irrealizzata, tesa ad un approdo del possibile, dell’evasione che si apre alla vaghezza del sogno e dell’avventura, non può che attendere ad un Viaggio. E in treno, in un impossibile incontro d’amore con l’uomo dell’attesa adolescenziale, guardando alla linea della vita nel palmo della mano e calcolando, in un giorno "non normale", in cui si può vivere "come se", ecco che la "donna-fiore" scinde su se stessa le due parole indicative, si rivela nella sua volontà di sognatrice immaginifica, ed attrae l’attenzione dell’operatore al computer, gli si offre nella possibilità di un volo fantastico, gettandosi, può darsi, dal treno in corsa, con un fiore nelle mani da salvare per un ultimo incontro. Chissà mai. Chissà dove.

Nei successivi capitoli/racconti, uscendo dal fantastico, si entra nella chiara casistica della patologia psichiatrica. Ecco Esterina nella sua casa sul fiume. E già si apre al dramma della donna che strappa i piccoli fiori, legata ad una natura indifferente e serena, oltre il lavoro e l’impegno, avviandosi verso la Strada dei Matti, varcando il cancello sul quale insiste un foglio con la scritta "Aiuto", cercando l’oblio di un’esistenza che non è riuscita a vivere.

E, così il pastore Poldo che confonde i camici dei medici, nel suo internamento, con i velli delle pecore che, un tempo, portava al pascolo e, se ancora lo punge un ricordo lontano, una siringa interviene a tacitarlo. Anche il detto Lupo fa parte del paese dei Matti. L’autrice ne insegue i pensieri latitanti, gli stralci di memorie svagate, ma poi anche questo dramma si chiude, ripiegandosi su se stesso, nel silenzio della finta tranquillità. Anita, poi, nel successivo brano, è anoressica. E, da sola è andata a trovare rifugio, come gli altri, finiti per estinzione, nella Casa. Finché la Strada dei Matti viene descritta, nella sua oggettività, come una prigione con le sbarre sempre aperte e l’enigma è svelato. E, chi vi passa davanti prova ogni volta la tentazione di entrarvi, di porre fine ad ogni vagabondare.

Esterina è, tra loro "anime vaganti, uno spazio perso, lo specchio dei pensieri innominabili, delle bestemmie gridate al buio, dei ginocchi sbucciati a forza di pregare..." (p. 54). E così via. Un mondo liberato, questo, dalla razionalità, dal sentimento, dunque dal reale, dove è sovrana la solitudine scarnificata dell’individuo dimentico del suo nome e della sua storia, oggetto di quelle cure esteriori che una clinica/rifugio è ancora capace di offrire.

E, nell’ultimo racconto/analisi di un certo vissuto sbobinato, ormai, dal ragionamento narrativo sragionato della scrittrice, quindi personalizzato oltre ogni sensibile esperienza personale, "Una voce nel buio", la non vedente Camilla si allaccia allo stesso ambiente di cura mediante una Voce-limpida, vera e propria guida, l’unica che riconosca al mondo, unitamente ai suoi due cani, successivamente, Sam e Paula. Qui, la scrittura si fa a tratti più tenera e dolente, pone l’accento sui risvolti umani, insiste sul paesaggio naturale, i colori dei fiori, dell’erba soffice, del cielo indifferente, fino a proporsi in prima persona, nel discorso della stessa autrice che prende la parola nel suo azzardo e si confonde col paesaggio umano, l’assurdo della vita sgominata in esistenze che parvero, all’inizio, normali. E realizza la conclusione del testo: "Allora ascoltatemi, un giorno passeggiavo nel parco dove c’è un laghetto... Poi quelle parole che avevo dentro hanno incontrato il silenzio e sono diventate pagine, perché non potendo parlare ho cominciato a scrivere. Pagine su pagine... Ogni cosa che ho visto si è trasformata, è diventata come le parole..."

A questo punto, è da ritenere che la posizione del lettore non possa limitarsi ai dettagli pur appassionanti di una verifica del testo in questione, fuori d’ogni considerazione per il pensiero degli esegeti prefatori del testo stesso.

Non crediamo, infatti, che si possa chiamare in causa, nel merito, il nome del pirandelliano Massimo Bontempelli e dell’estetica Futurista, come qualcuno ha pensato. Così come sarebbe del tutto fuori luogo, sicuramente, da parte mia, far capo al Surrealismo di Giuseppe Bonaviri, sulle tracce di qualche vaga, quindi inesistente impressione.

D’altra parte, possiamo ben dare atto alla scrittrice dello studio attento ed analitico dei caratteri e delle personalità colpite dal male di vivere che appaiono nel suo lavoro, rifugiate nel delirio di un sogno avaro, nell’afasia, nel silenzio, in attesa della fine. Al di fuori di ogni realismo magico, qui si dà prova, a volte, addirittura di una ricerca scientifica nel delineare figure e personaggi dominati da quella forza distruttiva che sfugge al controllo della ragione ed accede al pensiero tragicamente conflittuale, aleatorio, della mente malata, nel labile confine tra la realtà e la sua vanificazione, la salute e la malattia che va ben oltre la "fuga" di cui al titolo del presente libro.

Recensione
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