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Trova ospitalità nella collana de “Le scommesse”, questa volta per la prefazione di Sandro Gros-Pietro, che ne è il redattore, l’opera poetica di Angelo Roma, che subito si evidenzia, tra i centoundici autori che l’hanno preceduto, per la sua opzione espressiva diretta a cogliere nella realtà quotidiana del nostro tempo, il nucleo fondante ed essenziale che riguarda la problematica dell’esistenza umana, le responsabilità individuali all’interno della società multimediale in cui ci troviamo a vivere, la domanda di felicità che ognuno di noi, intanto, ha diritto di avanzare, ammesso che si accetti il fatto che ogni cosa creata debba avere un senso ed un significato, una direzione positiva, se non vincente.

La materia del suo discorso, nella teoria del verso libero, s’inquadra e s’inserisce in un tipo specifico di argomentazioni: Il prezzo della verità, Alla ricerca della specie uomo, Il valore della diversità, Sensazione di luce, La civiltà dell’involucro, Del vivere insieme.

Ed occorre dare atto all’autore per aver rifuggito dalla scontata elegia, dalla parola “che suona e che non crea”, tanto per rifarci al Foscolo, di aver evitato il ritmo dolciastro della consolazione e dell’autocommiserazione, per approdare ad un territorio linguistico e strutturale che tiene conto del pensiero, della ricerca etica, della visione complessa che supera l’individualismo della confessione, il fascino romantico del paesaggio, la musicalità della strofa.

Appare viva, in queste pagine di poesia, la sofferenza dell’uomo ingannato dalle false speranze ed utopie della politica, della sociologia, della pedagogia, delle canzoni di piazza.

Ed è certo un bene che, nell’agone poetico, come in ogni tempo, la lirica sappia padroneggiare, oltre il sogno sognato in un recinto illusorio, la realtà di un mondo in cui il sentimento si traduce in debolezza, l’azione può accedere liberamente all’eversione e al delitto, la bontà appare manifestazione di cedimento e l’amore è devastato da un eros malato. La malafede è all’ordine del giorno. Infatti, “La maggior parte dei tradimenti | per varcare le miniere incostudite | non vengono riconosciuti, | neanche nell’intimo proprio del paesaggio natio | da coloro che li pongono in essere” (p. 21).

E, ancora: “Se ti gira la testa | se hai paura del vuoto | è perché non ti hanno insegnato | a bruciare il miele che ti cola sull’impasto | sporcandolo con le luci artificiali del calcolo” (p. 58). In questo campo è evidente, allora, la necessità dell’ironia dolorosa, del sarcasmo più amaro: “Chi approfitta del debole nato| non è il bisognoso, bensì lo smaliziato. || Maledetta disponibilità indifferenziata, | torto in divenire che eguaglia gli intenti | e incoraggia il malfattore” (p. 67).

“L’imperatore di cenere” ci offre, con la sua tematica impegnata, col tono discorsivo che, certo, si addice ad una poesia innervata nella sostanza logica, ma non fredda, del pensiero, un’opera che si distingue nella massa delle pubblicazioni peraltro anche pregiate, adottate dal pubblico, in cui la visione rischia spesso di appiattirsi in un quotidiano falsificato.

 
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