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L’autore ha già pubblicato varie raccolte di poesie ed ha conseguito premi ed affermazioni, in questi ultimi venti anni di attività nel campo della letteratura. È presentato da Mario Stefani, questa volta, suo autorevole biografo, il quale ne annota la capacità riflessiva e meditativa, nel clima di un certo crepuscolarismo italiano, che tuttavia si discosta dai tanti che assordano, “nel nostro mondo dei mass-media”, l’aria e l’ambiente senza alcun reale specifico contributo, né verifica del possibile. Il mondo culturale di Maurizio Zanon appare quello pensoso ed assorto di uno scrittore che sceglie, per sé, un eremitaggio interiore di raccoglimento e che da questo luogo ricco di suggestioni e di proposte parla al mondo perché intenda e per essere seguito, ascoltato, condiviso.

“Quanto vorrei ascoltare | la parola mai detta!” è l’incipit della lirica di p. 9, che indica lo stato di disagio, nella contraffazione del vero, oggi tanto spesso apprezzato, preludio ed approccio ad un consequenziale itinerario in cui egli amabilmente ci conduce attraverso paesaggi cristallini e delicati, arrestandosi, ogni tanto, con un cenno sorridente della parola: “Odorano gli orti – lasciata Galliera – ed i giacinti. Sosto nel pomeriggio d’oro | di caldo sole e a sera mi ristori | coi bucatini | postimi sul tavolo dalla giovine cameriera | dai grandi ridenti occhi turchini”. (p. 15). E, altrove: “La vita mia – ora – | è frenetico scorrere di paesaggi confusi | come questi che appena scorgo | dal finestrino appannato d’un treno ansimante.” Per poi continuare: “All’isola del Nulla, | finalmente con l’anima bella pulita | riabbracceremo solitudine | momentaneamente smarrita | nel trapasso della vita. | E poi? | Poi, un leggero colpo di vento | e uno sconcertante silenzio…” (p. 25).

Su questo ritmo, aperto e sereno, la poesia di Maurizio Zanon, segue le svolte misteriose del cuore, mai così bene accordato con le note della mente, e guida il lettore verso il largo della spiritualità più inaccessibile, dove gli opposti s’incontrano e l’orizzonte curvo si dispone in una retta infinita. Si tratta di una lirica certamente elitaria nella banalità che, oggi, inficia tanta produzione libresca, ma solo nel senso dell’altezza morale da cui proviene che riesce a far sempre buon uso della parola, misurandola sulla realtà del momento che appare filtrata e trasfigurata dalla rappresentazione simbolica che l’autore persegue con tocco lieve e inconfondibile.

E, per non mancare la chiusura di quest’aureo libretto, nel quale tutto ciò che è detto e scritto denuncia una scaturigine remota di intelligente sincerità, in ultimo: “Un raggio di sole atipico | filtra nell’arcipelago senza nome. | Quale antidoto vi sarà per comunicare? | O vi regnerà il silenzio? | L’isola del Nulla, visibilmente grande | farà da culla al nostro riproposto essere. || Cosa pagherei, mio fiore per rivederti | intatto come sei… | … e cedere ancora | alla levità del profumo che hai!”. Interessante ed organicamente coordinata al pensiero ed al sentimento dell’autore, la grafica di Riccardo Badalà.

Recensione
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