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L’autore, con questo suo volume di poesia, entra per la prima volta nel giardino delle Muse e ci presenta una scelta di liriche che si fanno apprezzare per la loro spontaneità, la schiettezza del dettato, il tono confessionale che nasce dal bisogno di manifestare se stesso, i risvolti segreti ed intimi dell’esperienza personale, il mistero delle ore trascorse nella contemplazione dei paesaggi lagunari, delle acque, delle terre, di un mondo noto ricco di risvolti pur sempre diversi.

Ma quel che appare più vivace e coinvolto nei sentimenti del cuore riguarda i temi della nostalgia del tempo perduto, della gioia lasciata cadere, negata dagli usi e costumi negli anni giovani, delle illusioni che ingannano la nostra esistenza e ci inducono a vane speranze. E, poi, più che mai urgente, prorompente è l’eterno discorso dell’amicizia, dell’amore che ci rende partecipi della vita, del difficile incontro con l’altro o l’altra, della passione rigeneratrice che tuttavia nega e distrugge se stessa.

C’è un mondo di bellezza e di grazia in queste quarantatré poesie di Gaetano Forno. Scegliendole, egli le ha rapportate alle urgenze sincere dell’animo, per quel è possibile dire, comunicare di noi utilizzando un linguaggio creativo, anche questo, come tante altre esperienze negate, rimasto dentro per lungo tempo, prima ch’egli si decidesse a pubblicarle. Crediamo che sia andata così.

Ed ecco che figure di donne affascinanti appaiono e scompaiono tra le righe, ecco che la gelosia e l’orgoglio inducono l’autore alla recriminazione ed al rigetto, oppure la scoperta della finzione scopre carte da gioco truccate, nell’eterno discorso degli innamorati.

In tal modo, il paesaggio assume un misterioso colore, si colma di affetti, di presenze, come di quel canto che racconta “Ma l’amore è soffrire e far soffrire, | vano | implorare conforto tra le braccia | dell’eterea Speranza...” (Cantare), oppure nel ripiegamento della malinconia, quando il desiderio si colma di sogni e lascia parlare il cuore: “Non voglio, | desiderio d’amore, | averti, | solo saziarmi gli occhi | del tuo fulgore senza veli, | inebriarmi all’ambrosia | delle tue labbra, | ricamare carezze senza fine | sul tuo corpo di dea...” (Voglio solo).

Infine, nell’ultima pagina, questa confessione: “Sera d’inverno, | incerte luci | sulle pietre deserte. || Ansia di rivederti, | di dire mille cose | che bruciano l’anima. | Gelida | mi ha rapito la notte | il fuoco | dei tuoi occhi, | venti | come pugnali hanno distrutto | esitanti chimere, | lacerate memorie | di un attimo rubato” (Sera d’inverno).

Recensione
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