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Padrini sicuramente di questa terza, e in ordine di tempo, fortunatissima silloge della Daniele Toffanin, dopo Dell'azzurro e altro (2000), e A Tindari (2000-2001), il Presidente del Parco Regionale dei Colli Euganei, Simone Campagnolo e il direttore Silvio Bartolomei, i critici insigni Marco Richter e Luciano Nanni, non ultimo il grande poeta Andrea Zanzotto che conclude, in quarta di copertina, l'analisi speculare del testo sottolineando da par suo, che "Figure della terra vulcanica o selvaggia e figure del lavorio della storia, nel suo emergere, qui, come particolarissima civiltà, si equilibrano felicemente intrecciandosi ed espandendosi in un loro irrefrenabile entusiasmo, pur se talora con qualche ridondanza."

Lo sfondo del colli Euganei, patria idealizzata dell'autrice, costituisce il punto di confluenza in cui il rapporto natura/cultura, per quanto la riguarda, assume il ritmo della poesia intesa come espressione dell'animo, del sentimento complesso di cui partecipano il tempo, le stagioni, l'umano e il trascendente, e le volubili forze misteriose intrinseche alla stessa creatività, per quanto la governano e la dominano .Particolare, la nota tecnica del Nanni, che ne individua la poetica precisandone le particolarità originali per cui l'autrice merita di essere letta, studiata compresa. In specie, quando distingue abilmente la dinamica delle sue liriche che si susseguono nella progressione dei numeri romani (I-XXIII), lodandone la qualità poetica e la "fervida inventiva pregna di significato esistenziale" che bene si integra con la conoscenza tecnica all'interno del lavoro. Precisando come lo stile sia ricco di "metafore ed altre figure retoriche" e come "le frasi seguano perciò una fantasia percorsa dalla logica".

Non a caso, d'altra parte, il Presidente e il Direttore del Parco suddetto, hanno voluto dire, in antefatto, che i Colli Euganei fanno parte dei luoghi "che nel tempo conservano un fascino particolare". E, amati da "poeti e narratori che hanno tracciato ideali strade negli spazi più belli, continuano ancora oggi a suscitare l'ispirazione creativa della parola". E non si può trascurare come il Richter abbia giustamente notato, da parte sua, quanto può colpire il lettore "soprattutto il particolare incontro che, vivendolo dinamicamente, la Daniele Toffanin riesce ad instaurare tra sé e la realtà circostante".

A questo punto, il quadro critico appare, di per sé, degnamente e profondamente tracciato. Possiamo aggiungere che si tratta di un lungo poema amoroso che supera, nella continuità degli elementi letterari, poetici e del ritmo sullodati, l'anticipata numerazione che ne sintetizza fasi e percorsi. Tanto è vero che tutto si svolge in un lungo, articolato, riuscito monologo da parte dell'autrice, nel quale è chiaramente sottinteso per il continuo richiamo al `tu' dell'indirizzo spirituale e reale del referente, l'intimità del colloquio col proprio imprenscidibile diletto. Ben calcolando, secondo il lettore che a volte, per lo più tutti gli amori possano anche essere sintetizzati, in un valido Canzoniere, in un solo amore, e tutti i nomi possano esserlo in un sol nome. Anche se, qui, naturalmente il risvolto ipotizzato è del tutto fuori causa.

Recensione
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