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Alberto Liguoro, originario del beneventano, avvocato e magistrato, presenta al suo attivo la pubblicazione di un romanzo “La maschera del tempo”.

Il sottotitolo “Poesie” è una normale specificazione di genere letterario, ma l’autore che dedica il libro a sua madre e che, in esergo, anticipa: “Quella risacca non arrivò mai ad infrangersi, | quell’onda si addormentò sulla sabbia”, suddivide (a p. 47) questo suo libro in tre parti e, nella “Parte terza e ultima”, ci fa prendere atto di una premessa che riportiamo fedelmente: “Perché questo libro di poesie (o, meglio, progetti di poesie che andrebbero sviluppati, cambiati, messi a punto in vario modo) è diviso in tre parti? Perché è ormai parecchio tempo che non scrivo poesie in numero così consistente, da poter formare un’autonoma raccolta, pur avendo, come tutti, anch’io, ovviamente, il mio modo di fare poesia, che può essere anche non-poesia”. E continua: “In questo libro sono contenute vecchie poesie che, con occhi di oggi, io vedo, appunto come progetti, impianti base, intelaiature di poesie. Esse (rimaste sepolte per molti anni in mezzo a libri e carte varie) erano raccolte in tre libri, insieme a molte altre, alcune date o ispirate da altri, saggi, esperimenti, racconti più o meno brevi, spezzoni vari e così via; alcune erano riportate, con più o meno radicali cambiamenti, più volte in diverse pagine, tra le quali potevano essere trascorsi anche molti anni...”. E conclude: “Non morirà mai la poesia, e ciascuno potrà sempre aggiungere ad essa un piccolo tassello. Se proprio dovrà essere, sarà domani poesia... il nulla”. Si aggiunga, a questo, che inutilmente cercheremmo le altre due parti che, di solito, secondo la logica comune, precedono la terza. Si è preferito, in questa sede, dare la parola all’autore, nel chiarimento della sua poetica che appare abbastanza lucida e consapevole. Ancora, prima di lasciare ai lettori l’originalissimo libretto di Alberto Liguoro, riportiamo alcune poesie brevi: “Che cosa strana la vita | forse conviene morire giovani” (Amare); “Nel buio della notte | davanti agli occhi si affollano i ricordi... | che siano lieti o amari, | ...tormenti, o forse | fantasie, non ricordi” (Ricordi); “Fottere come cani” (Amarsi); “la notte | amica degli amanti | il giorno | libero, presente” (‘O scarcerato); “C’è qualcuno | di cui | non ti frega un cavolo di niente” (Essere amati); “È dramma” (Amore); “In un fascio di luce | l’ombra macroscopica di un insetto | e l’ombra microscopica di un uomo” (Giochi). E, in ultimo: “Il piacere masochista | della solitudine | la domenica sera | nel parco | mentre intorno è la vita | le donne | la folla” (Lo strumento della tortura).

Suppongo che le anzidette citazioni possano evidenziare chiaramente l’originalità di questo lavoro, attraversato dalla consapevole e drammatica vicenda di colui che, rovesciando l’abito letterario della poesia, ribaltandone la logica comune e la normale espressione, mette in gioco se stesso, il proprio essere e il fare, nel dubbio metodico per cui coincidono poesia e non-poesia, in un caos primordiale (serie di frammenti e poltiglia), ispirato ogni volta dallo scontro diretto con la realtà effettuale (come materia e antimateria). E, dunque, l’accamparsi dell’ironia che, a volte, sconfina in satira dolorosa, diviene la ritmica/aritmia del verso prosastico. Giuseppina Luongo Bartolini

Recensione
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