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So dell’incisione di dischi e nastri di poesia, io non ne ho mai ascoltate ma so che esistono, le quali non hanno avuto fortuna commerciale nonostante la notorietà di poeti e lettori proposti. Solitamente ascolto poesia seguendone il testo sulla copia del libro che si presenta, in altri casi il testo fa parte di un apparato scenico teatrale che coinvolge per altre vie, oltre a questo ci sono solo i nastri che io stesso registro per preparare una lettura o una performance. Questo “essenza carnale” costituisce perciò una novità per me, lo è stata molto di più di quanto avrei potuto immaginare. La musica riempie col suo linguaggio-non lingua, altro linguaggio, sia esso sovra-sottoposto alla parola sia che costituisca “assolo”. Unito a questa invasione-distrazione ci si rende conto che il testo convenzionalmente inteso non esiste più; tutta la saggezza degli scripta manent va a farsi friggere insieme alla parola che fugge trascinandosi dietro il suo significato, figuriamoci quindi il significante, tutti i suoi... Noi siamo quelli che hanno inchiodato la parola sull’asse per vivisezionarla, comprenderla nei suoi meccanismi, studiarla nel suo organismo più intimo, eppure ripetiamo ad ogni occasione di appartenere a quella civiltà che trae origine da un versetto: “in principium erat verbum et verbum erat”; vale a dite che il verbo, la parola già comprendeva ogni cosa che avrebbe preso forma successivamente con la creazione, o addirittura che la parola era già comprensiva di ogni forma che con la creazione avrebbe acquistato il proprio aspetto successivamente.

“Nel prologo del vangelo di Giovanni, l’intreccio di vita (zoé) e la parola (logos) è espresso nella formula: «Tutto è stato generato da lui (il Logos) e senza di lui nulla fu generato di ciò che fu generato; in esso era la vita, e la vita era la luce degli uomini»... La vita è ciò che si genera nella parola e resta in essa indisgiungibile e intima. Questo nesso indelibato di parola e vita è l’eredità che la teologia cristiana trasmette a una letteratura che non è ancora diventata interamente profana.”1. E improvvisamente ci si trova seduti a terra nell’impossibilità di ritornare a scorrere il verso precedente mentre quello successivo già corre oltre la nostra capacità di rincorrerlo. La parola, prima di diventare testo, è stata bruciata da un grande fratello che fa roghi dei libri (Fahrenheit 451) e prima di riuscire a fissarla nella memoria è già sparita. Eppure qualcosa ci rimane, che ci ha investito come l’onda d’urto di un treno inaspettato, che è passato senza fermarsi fra i marciapiedi della stazione gettandoci contro le cartacce ed i bicchieri di plastica, la polvere e la ruggine, strappandoci il giornale o il cappello, sollevandoci gli abiti e scompigliandoci la pettinatura, lasciandoci esposti in pubblico in una sorta di intimità indecorosa che non sappiamo nascondere, che resta visibile agli occhi degli altri anche quando il treno è passato e con lui l’onda d’urto e tutto è tornato calmo come prima togliendo l’alibi al nostro sconvolgimento che invece perdura. E intanto la voce recitante continua a fluire nella nostra mente come un elemento fonico insieme alla voce degli strumenti e non riesco più a far distinzione fra il codice delle note, che mi è sconosciuto, e quello delle parole, che conosco bene, che pensavo di conoscere bene, che credevo di conoscere bene, e non so più dare un nome a quanto è rimasto in me del passaggio di quel treno che nello stesso tempo non posso negare che sia avvenuto e mi abbia, anche solo per poco, sconvolto, riempiendo il vuoto che è in me con il sentimento delle cose che non ho avuto mai insieme a quello delle cose che ho perduto per sempre.

Che sia proprio questo la poesia? Ad ogni modo mi rendo conto che avrebbe lo stesso senso che io ora vi parlassi delle note quanto delle parole, cioè nessuno.

Dunque il mezzo di comunicazione è così determinante ai fini della comunicazione stessa? Eppure la poesia non è forse nata proprio nella forma orale?

Qualcosa deve essermi sfuggito, ricominciamo da capo: So dell’incisione di dischi e nastri...

1. Giorgio Agamben, “Il dettato della poesia” in Poesie della fine del mondo, Quodlibet, Macerata 1995.

Recensione
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