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Forse si sarebbe dovuto rinunciare alla prefazione di Gerardo Vacana e di Domenico Cara, certamente di rilievo, ed alla postfazione dell’autore nonché alla nota biografica, e non potremmo mai sapere cosa avrebbe perso il volume; forse si sarebbe potuto fare una pubblicazione in due formati. Vero è che se l’oggetto principale di questo lavoro, il testo, avesse trovato posto nelle dimensioni dell’autoritratto di copertina se ne sarebbe potuto ottenere una comoda confezione di pronto uso, da viaggio perfino; un antidoto in pillole da sciogliere lentamente in bocca nei momenti difficili, in capsule che si sciolgano lentamente dopo essere state ingerite e prolungano il loro effetto difensivo per ore.

L’acuta ironia giustamente dosata al sarcasmo mirato ne fa un farmaco a tutt’oggi insuperato per chi soffre di quelle carenze d’imbecillità che in molti ambienti possono essere deleterie non solo per la mente ma perfino per il corpo (emicranie conati di vomito attacchi di fegato ecc.). Possiamo tutti riconoscere in Francesco De Napoli uno dei massimo spacciatori di tali sostanze negli scritti che spesso troviamo su varie riviste.

In questo caso forse si tratta di qualcosa di più immediato effetto, di meno ponderoso e più facilmente solubile, tuttavia si riconosce il sostrato di base. Il risultato migliore, secondo me, l’autore lo ottiene dove usa il mezzo che ha scelto, l’epigramma, nella sua forma più pura e nella maniera più esasperata; un esempio: “Nullità || Prodigi del diritto, | certezza della fede: | Carolina | torni signorina”, nullità e annullamento, diritto e fede, prodigi della rotta e certezze della chiesa (p. 22); anche “Retaggio” (p. 23) che, sconfinando in parte nella poesia, risulta meno immediato e più meditato.

Le punte più acuminate si volgono in direzioni diverse: “Revisioni || Riabilitano gli storici | L’Iscariota e Agrippina. | Dotta fu la tenzone: | non vale la decadenza | il trionfo | dell’indecenza.” (p. 77), imbraccia le armi scariche del richiamo all’etica; più avanti (p. 82) magnifica consolazione, “Lavoro intellettuale” riesce a battere qualche chiodo in più volgendosi al disincanto delle coscienze.

Mi è particolarmente consono concludere nel sarcasmo autolesivo della tragedia comune: “I miei libri || Tutti insieme - parenti, | amici, conoscenti - | a ripetermi: | «Non regalarli, | fatti pagare». || Sempre da altri.” Rivendicare eroicamente fino in fondo la propria sconfitta rende l’entusiasmo dei vincitori un po’ cialtrone.

Recensione
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