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Torna con l’ultimo libro questo autore che conosco nella vita; il vicino di casa che s’incontra uscendo, l’amico col quale non si parla solo di poesia ma sempre anche di poesia. Composto di due sezioni, la prima ripresenta la silloge edita nel 2002, in un limitato numero di copie, quale vincitrice del concorso “Il bosco degli gnomi”, Varuna; la seconda, Dimensioni, presenta testi inediti del 2002/ 2003.

Nella sua interezza il libro documenta, e secondo me conferma, una tendenza che avevo già notato. Nella prefazione al libro precedente, Accado, scrivevo “…molte poesie prendono spunto da osservazioni, spesso visive, che vengono semplicemente riportate, a volte in modo conciso altre con più fantasia…” e termino ricitandomi spudoratamente “Indubbiamente Luigi Golinelli sta cercando di individuare con precisione un percorso su cui procedere, sta aggiustando il tiro; lo si può dedurre anche dalle differenze di approccio nel ritornare ciclicamente sullo stesso tema…”.

Davanti a questo lavoro sembra proprio che il percorso sia stato individuato. Non si tratta più di sensazioni indotte da osservazioni o da visioni della realtà e trasposte direttamente sulla carta, qui il sentimento è indotto dalla considerazione sull’evento, sulla realtà, sull’umanità e ciò che finisce sulla carta è l’elaborazione di questa considerazione per mezzo della scrittura. Che si tratti di una ricerca affannosa, e non più di una cronaca del visibile, dell’apparente, della realtà, lo si può dedurre dalla presenza per ben diciannove volte del verbo cercare, quasi sempre al futuro; che il verbo trovare sia invece presente pochissime volte potrebbe indicare lo stato di questa ricerca ma tutti sappiamo quanto spazio lascino avanti a sé le ricerche poeticolinguistiche. Né si può dire che si tratti di una casualità, la prova della consapevolezza, non so quanto cosciente, di questo fatto appare inconfutabile a p. 19: “Non so più | Dipingere con parole | Sentimenti | Intorno a me. || Cerco nel volto | Della gente | Emozioni, che | Nessuna parola | Saprà mai dire.”.

Sotto il profilo formale, nel libro è immediatamente percepibile quanto sia aumentata la lunghezza dei componimenti, può sembrare un’osservazione superficiale ma da questa misura può dipendere l’estensione e sopratutto la profondità di ciò che lo scrivente si prefigge di trasmettere, il rapporto fra lo spazio delimitato dall’autore e la possibilità di movimento del fruitore. Un chiaro esempio di questo rapporto fra estensione e profondità mi sembra, “Prigionieri della vita”, a p. 25.

Infine, nel segno sostanzialmente evanescente di questi testi, non surreale ma spesso sospeso sulla fisicità del quotidiano, non posso sorvolare su un’indicazione che mi appare significativa: “Venti di guerra”, a p. 38; fuori da ogni considerazione sul tema, il corpo della composizione si sviluppa in modo assolutamente lineare rispetto allo stile dell’autore, sennonché gli ultimi due versi, staccati in corsivo e chiusi fra parentesi, recitano: “Perché la storia | non insegna?”; il cambio improvviso quanto deciso del registro che sposta l’accento dalla letteratura (“Venti di guerra”) alla storiografia, la sua concisione e la posizione rispetto al resto del testo, avrebbero dovuto far sì che venisse considerato come un’ancora, una zavorra per tutto l’impianto aquilonico, un atterraggio pesante, come si dice nelle guerre preventive, invece Golinelli, il mite, l’ha messo lì ed ha tirato innanzi.

Recensione
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