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“Non sono un anglista” precisa in apertura della prefazione il traduttore G. Napolitano, neppure io lo sono anzi, tuttavia credo di poter immaginare le difficoltà incontrate nella traduzione, la fatica nel rendere queste atmosfere evanescenti ma così poco irreali che proprio questa loro evanescente realtà rende ancor più impalpabili, come luoghi deputati a riti primordiali che, pur se abbandonati ed inghiottiti dalla vegetazione, riescono ancora ad emanare qualcosa di incomprensibile.

È come una sfilata di fantasmi che vengono incontro al lettore uno ad uno, e quei pochi che hanno un aspetto corporeo appaiono come spettri della loro immagine; perfino il “noi che eravamo” viene passato al vaglio di vecchie fotografie che immobilizzano il ricordo nella fissità dei sorrisi in posa. Lo spazio il tempo il luogo l’epoca, si possono quasi avvertire ma non sembrano l’epopea dell’Irlanda, il secolo di Dublino. Ed infine quel Dio, con la lettera maiuscola, non come una spada di Damocle ma incombente come un macigno di Sisifo, pure ambiguamente rispettato come senza averne eccessiva convinzione; davanti al quale il dolore, la sofferenza appaiono più personalizzati delle loro vittime.

Poi, improvvisamente tutto prende terra proprio là dove si sarebbe compreso il decollo, quando l’autore si rivolge ai poeti (p. 65). Alla pagina successiva comincia la sezione “Cristo e la volpe di città”, e tutto viene ripreso in una forma radicalmente diversa; l’universo la natura l’amore la divinità il coraggio i padri la morte, tutto sembra un’altra cosa.

 
Recensione
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