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Asino chi (non) legge

Leggete ignoranti

Leggo sulla rivista “L’ortica” n. 82: “Il lettore è ignorante!?”. Non si allude a quello della poesia, che sarebbe un fatto circoscritto dall’entità trascurabile, ma quello della letteratura più in generale. Se mi guardo intorno per cercare di scoprire sotto quali spoglie esso si celi mi viene il sospetto che sia vero, mi nasce il dubbio che egli non legga per comprendere ciò che legge e quindi accrescere la propria conoscenza in senso lato, non specialistico, per ingaggiare con lo scrittore un duello come quello di Edipo con la Sfinge, bensì per ragioni diverse ed un po’ misteriose.

Alla Coop, accanto ad un bancale carico di libri posto in mezzo alla corsia, una signora, all’apparenza di aspetto borghese e livello culturale medio-alto, rigirandosi fra le mani un mattone dorato dal probabile peso di un chilogrammo, chiedeva alla commessa se ci fosse in vendita qualcos’altro dello stesso autore. – È meraviglioso – diceva – l’ho preso in mano dopo pranzo ed il tempo mi è volato via così velocemente che non mi sono accorta che era già ora di cena –. Io, che ho una vista sempre più debole ed uno stomaco d’acciaio, ottengo lo stesso risultato con una bottiglia di Lambrusco. Se invece voglio stare sveglio leggo della poesia, o meglio, leggo della poesia solo quando riesco a stare allerta. È vero, molto spesso la poesia è difficile da leggere ma soprattutto è sempre faticosa da capire (pensate a quante volte Gio Ferri, metti caso, deve aver subito sorrisi di sufficienza, da parte di qualche Preside di Liceo di provincia, alla presentazione dei suoi libri più accanitamente terapeutici), a volte mi viene il dubbio che sia più faticoso leggerla che scriverla, e forse in certi casi è vero; tuttavia, se pur non capendo continuo a leggere poesia è perché non ho ancora compreso che cosa dovrebbe farmi capire di preciso, nessuno me l’ha mai spiegato chiaramente. Si dice che cerchi di raccontare i sentimenti, le sensazioni; bene, dico io, mettetemi giù in due righe il senso di giustizia, una martellata sul pollice, e invece niente, al di là delle belle enunciazioni di principio il sentimento e le sensazioni si vuole che continuano a passare nella poesia solo attraverso i buoi con l’aratro, il tuo guardo che m’illumina, l’eterno respiro che vien da Te.

Nella confusione che me ne deriva, leggo e spesso mi nascono dubbi, leggo e qualche volta resto sconvolto, e quando sono stanco di rimanere allerta ed ho voglia di non accorgermi più del passare del tempo smetto di leggere. Per questo io non credo che il lettore medio, soprattutto quello della poesia, sia ignorante, o almeno non quanto vuole mostrarsi; se accetta di buon grado di mostrarsi tale, come se non avesse alcun rispetto di sé, è solo perché sa di poter contare sull’approvazione incondizionata dei mezzi di comunicazione e sul continuo livellamento al basso della soglia d’ignoranza tollerabile. Infatti, se essere ignoranti non impedisce di saper rispondere ai quiz televisivi, non sapervi rispondere priva della vincita in denaro ma non degli applausi e dell’attimo di notorietà offerto dall’apparizione in video. Se ne deduce che apparire ignoranti non è poi così disdicevole ed è certamente molto meno faticoso. Ecco qual è il vero scoglio, come ci si domanda sulla rivista; io credo sia effettivamente la pigrizia. Poiché se il “sant’uomo” dice – beata l’ignoranza – l’uomo curioso risponde – la conoscenza è fatica –, e dove l’imbecillità viene premiata all’intelligenza è sanzionato il castigo. Quindi, di fronte allo spettro della faticosità dell’intelligenza, quale linguaggio potrebbe mai essere abbastanza semplice; quale l’estremo limite accettabile alla semplificazione del linguaggio, se quello della segnaletica, diffuso dalla rete, si è impadronito delle strade degli ambienti pubblici dei manuali e dei depliant, e nel suo evolversi, che lo eleva al rango di linguaggio sovralinguistico, cova il germe che lo sprofonda al livello di alfabeto per analfabeti.

Per questo io penso che politici amministratori promotori consulenti, end more, debbano interessarsi dei colori della nuova pittura in relazione ai disegni della moderna tappezzeria da divani, per meglio promuovere il design Made in Italy ed aumentare le vendite all’estero; che debbano approfondire il rapporto fra forme di scrittura emergenti e nuovi psicofarmaci, allo scopo di limitare l’uso di questi ultimi e ridurre le spese a carico della sanità pubblica; e sostenere in questo modo lo sviluppo dell’Azienda Italia. Contemporaneamente, liberati da questo carico di responsabilità, io penso che altri, non avanzando pretese economiche o di promozione d’immagine, possano occuparsi dei fattori di nicchia o addirittura di tabernacolo, che non producono fatturato ma generano progresso.

Io sono convinto che l’unico ambito dove l’uso del linguaggio sia accettato senza alcun limite sia quello della pubblicità. Qui, qualsiasi tipo di linguaggio viene sempre agito con intelligenza e professionalità, specie quelli che vogliono apparire più semplici. Questo avviene per ragioni ben precise; una è che la pubblicità non è una scelta del fruitore: nessuno acquista pubblicità ma tutti ne “usufruiscono”; un’ altra è che nessuno, né il committente né il fornitore, si preoccupa che il linguaggio possa essere più o meno capito e che il fruitore si diverta o rimanga soddisfatto, la sola cosa che importa è che il messaggio passi e sia efficace. Ma in fondo, non è forse questo l’obiettivo della poesia? Che la pubblicità riesca a veicolare il suo messaggio non vi sono dubbi, fanno fede risultati quasi sempre immediati, eppure chi è così ingenuo da credere che questo messaggio non sia sostenuto da un linguaggio costruito con cura e tutt’altro che quotidiano, anche quando l’obiettivo è proprio evocare la quotidianità. Il fatto è che tanto i committenti quanto i fornitori accettano che il lavoro venga svolto ad un livello diverso da quello del linguaggio comune, quotidiano, al limite della comunicazione subliminale, in modo tutt’altro che diretto e fortemente induttivo. E questo non somiglia molto a ciò che dovrebbe avvenire nella poesia? O forse conoscete dei poeti che si dichiarino disposti a scrivere solo per riempire la noia dei viaggiatori ferroviari o i pomeriggi vuoti di ex insegnanti in pensione, pur di poter vendere i loro libri a bancali.

Mi sembra chiaro che se esiste una partita da giocare sul linguaggio, questa deve essere giocata ad un livello superiore a quello della realtà, dove la parola, nell’essere proferita, trova la sua naturale usura, viene rapidamente “consumata” nell’uso forzato ed intempestivo, e presto diviene paragonabile ad un auto-interloquire pronunciato senza convinzione dall’oratore e vuoto di significato per l’ascoltatore, un “cioè” che va riducendosi a quello che sono i vari “ciò” o “né” nei diversi dialetti. E quale sarà mai il consumatore ideale della parola, colui che più velocemente la sceglie e più rapidamente la consuma per poterne subito scegliere un’altra? (Non è questo il paradigma del consumatore perfetto?) Propongo un metodo per scoprirlo.

Vi è mai capitato di sentire uno studioso, che parla di “senso del sentire storico” e di “modelli storico-culturali”, ripetere improvvisamente e per ben due volte nello spazio di un respiro la frase “nella misura in cui”; non vi ricordate di aver sentito, in altri tempi, alzarsi da certe assise della sinistra, dove si era sempre sentito solo “proletariato” e “sfruttamento”, un improvviso sussulto di “sinergie... sinergico... sinergetico”; in qualche angolo della memoria ancor più pregressa, non sono rimasti certi personaggi, il cui vocabolario era sempre stato compresso fra “tempi di produzione” e “margini di profitto”, che improvvisamente, come lambiti dall’ala di un angelo, hanno cominciato a pronunciare ad ogni intervista il termine “obsoleti”; davanti a fatti del genere non vi ricordate di aver sentito come un brivido di comicità salire su per la spina dorsale come sulla doppia elica del Dna, scuotendola? Ebbene eccoli i consumatori ideali dell’espressione, coloro che ad ogni punto di caduta del discorso obliterano grandi quantità di linguaggio (non riesce ad ottenere lo stesso risultato neppure Enzo Miglietta, pur ripetendo migliaia di volte, in modo forse invasivo ma mai invadente, la stessa frase la stessa parola in calligrafia minuscola ed ordinata), eccoli i foraggiatori della morte dell’espressione, che costringono il poeta a correre sempre più forte per non farsi azzannare i calcagni, per non essere obliterato egli stesso. Il guaio più grosso è che non sempre si riesce a sfuggire alla propria Medusa, non tutti ci riescono, e anche quando siamo pietrificati dal suo sguardo nel monolito dell’obliterazione continuiamo a credere di scrivere poesia, pagando col rischio di rimanere sepolti dai nostri stessi scritti per l’eternità, quell’eternità che si dice tutti i poeti inseguano, come dalle macerie delle nostre aspirazioni più nobili.

Che volete che ne sappia, che volete che importi di tutto questo ad un povero lettore in cerca di qualche ora di anestesia.

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