Servizi
Contatti

Eventi


Questo libro si compone in parte di raccolte già pubblicate, nel corso di lunghi anni, e di una sezione inedita e molto recente: Essenza carnale. Quest’ultima, secondo me, si pone con aspetti forse sottilmente ma fortemente differenziati.

Se si dovesse prendere in considerazione il lavoro poetico all’ombra del fantasma erotico, io credo che le differenze potrebbero sfuggire, o risultare mitigate, ma secondo me l’erotismo non è il risultato cui tende l’autore: sarebbe come dire che, essendo i Dervisci Rotanti solo dei ballerini, la loro danza mira a dimostrare la loro abilità, sappiamo invece che essa presenta un forte aspetto rituale pur non essendo “officiata” da ministri di culto. Mi sembra che ci sia fra la gran parte del linguaggio, spesso rarefatto ed esteso oltre il contingente (p. 74), ed alcune altre parti ben distinguibili, in cui prevale una descrittività, pure accurata ed a volte profonda, che rimane molto più vincolata al senso fisico e carnale della sfera sessuale (p. 77), con frequenti richiami o allusioni al sangue, una differenza troppo marcata perché non sia frutto di un progetto. Proprio per questo non credo si possa dare all’opera un senso unitario sotto l’aspetto erotico; a me pare, piuttosto, che alcune parti abbiano la funzione di legare all’eros i toni quasi epici con i quali viene espresso il rapporto fra soggetto ed aspirazione in altre parti della raccolta (pp. 80, 87). Infatti, nella poesia di p. 77, sono le intenzioni, “Potessi”, a contenere i desideri, “voglio sedurti” “sono la lingua”, nei quali il tono cambia decisamente. Se è vero che il senso epico può mettere in comunicazione l’aspetto interiore dell’esistenza con la sua evenienza reale, proporre una possibile “epica erotica” potrebbe tendere a riunificare senso e vita, memoria e speranza nel tentativo di dare all’esistenza l’aspetto continuativo di un muovere del presente dall’esperienza del passato verso la speranza del futuro. Il protagonista che usa il linguaggio della gioventù (p. 94) è lo stesso che vive in una zona di detriti (p. 96), fra i muri di un deposito affollato di tribù (p. 74); è plausibile dunque che il progetto sia quello di annullare il tempo o quanto meno i suoi effetti più deleteri. Trascinare la vita oltre l’ostacolo della morte, non c’era anche questo fra le motivazioni della ritualizzazione preistorica operata dai cacciatori sull’animale cacciato? Lo stesso meccanismo non valse forse più tardi a motivare il cannibalismo rituale nei confronti dei nemici più coraggiosi o dei parenti più considerati? Nonostante le vastissime possibilità che offre, preferisco non entrare nella prima delle due strofe a pagina 93. “Mi | immedesimo in te, Cristo, | spirito incolume della mia religione | carnalmente di bestia umana – la mia comunione sacra | è la manifestazione di quanto esprimi spezzando il pane | «prendere, mangiate, questo è il mio corpo» | e porgendo il vino | «bevete, questo è il mio sangue».”.

Preferisco limitarmi al suo aspetto accessorio nei confronti della seconda, che già da sola mi pare più che sufficiente al mio scopo. “Mi spezzo, come il pane della cena, | e dissanguo, come offerta di vino – simbolo del sangue | prezioso; sono il carnivoro | il cannibale che lingueggiando divora il suo corpo | e beve il sangue della ferita | perché si ricordi di me; | e tu inchioda sulla stessa croce il mio amore | per le sue carni maestose.”.

Qui il protagonista, attraverso l’identificazione con gli elementi del rito, cannibalizza sé stesso, assicurandosi quindi la vita eterna nello sdoppiamento fra colui che ricorda e colui che è ricordato; mi pare che lo confessi apertamente in chiusura di silloge. “Anch’io ad ogni stagione cambio inseguendo | la tua velocità di piedi, l’entusiasmo degli occhi | che si allarga con dintorni di fiumi | e canali che scorrono con la levigatezza | della tua figura infissa | nel masso di pietra che già sono.”

Rimane quella che per tutto il percorso è apparsa come una presenza femminile alla quale il protagonista si è rivolto, l’interlocutore ipotetico, l’oggetto sul quale il soggetto scarica il senso. Alla luce di tutto quanto detto, tale presenza non può che apparirmi come la parte che, insieme al protagonista stesso, concorre a creare l’unità del tutto: lo spirituale ed il corporale, l’essenziale ed il temporale. L’esperienza che si consuma nella poesia verrebbe quindi a coincidere con la realtà che si consuma nella vita. Il condizionale continua a rimanere d’obbligo.

 
Recensione
Literary © 1997-2020 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza